Lectio

 

 

 

 

 

 

Incontro Adulti Ac – Seguire Gesù in casa (2018)

 

Essere invisibili

Quante volte ci siamo sentiti invisibili all’interno della nostra famiglia, di un gruppo di amici o di colleghi, di una comunità? Abbiamo avuto la sensazione che nessuno riconoscesse il nostro valore, le nostre doti o, almeno, i nostri tentativi di comunicare, di metterci a servizio?

Una piccola storia….. Lo chiameremo Mohamed e ha attraversato il deserto e il mare per salvare il fratellino molto malato. Piccolo, tra adulti senza scrupoli e avidi, ha saputo tener fede alla promessa fatta ai genitori. Si è mantenuto puro e umilmente e caparbiamente ha chiesto aiuto a chi lo raccoglieva dall’ennesimo barcone nel Mar Mediterraneo. Lui ce l’ha fatta, non è più un ragazzo tra tanti, invisibile come tanti che purtroppo muoiono ogni giorno, ha ottenuto l’accoglienza per sé e per la sua famiglia e soprattutto l’assistenza medica per suo fratello.

  • Quali situazioni dif­ficili (deserti) ci troviamo ad affrontare? Quanto scoraggiamento ci provocano?
  • In quali situazioni non riusciamo a rimanere fedeli alla parola data?
  • Mohamed ha chiesto con insistenza, si è battuto contro povertà e malattia. Noi siamo ancora così combattivi o ci sentiamo ormai sconfi­tti, sempre inascoltati, assuefatti all’idea che nulla potrà mai cambiare?

Un’altra piccola storia….. Oggi ho visto un fabbro, uno dei pochi rimasti nella mia regione. Con quanta passione preparava la brace e scaldava i metalli, poi li batteva e dava loro la forma voluta. Quanta forza era richiesta! Che pezzi unici produceva e duraturi nel tempo.. da tramandare a ­gli e nipoti. Erano pezzi di grande valore, diceva la gente. Di fronte a lui, ai suoi lavori, agli anziani presenti sono venute le lacrime agli occhi. Loro sapevano fare quei lavori… la gente riconosceva il valore dato al loro passato; a loro stessi dunque!

  • Sappiamo anche noi lasciarci trasportare dalla passione e trasformare la nostra esistenza in un “pezzo unico”? Quanto è diffi­cile in questo tempo non farsi accalappiare dalle mode soprattutto quelle legate alla tecnologia?

Non saremo ”invisibili” se:

  • sapremo vivere con entusiasmo, semplicità e schiettezza la nostra vita
  • sapremo aggiungere fede in ciò che facciamo e in Colui che ci ha fatti!
  • sapremo curare le relazioni affettive
  • sapremo dare profondità a tutti i rapporti
  • sapremo cercare la verità

Continua tu….

  • sapremo ……………………………………………………………………..
  • sapremo ……………………………………………………………………..
  • sapremo ……………………………………………………………………..

Amare per comprendere dal Vangelo secondo Matteo (26,1-13)

Quando Gesù ebbe terminato tutti questi discorsi, disse ai suoi discepoli: “Voi sapete che fra due giorni si celebra la Pasqua e il Figlio dell’uomo sarà consegnato per essere crocifi­sso”. Allora i sommi sacerdoti e gli anziani dl popolo si riunirono nel palazzo del sommo sacerdote che si chiamava Caifa e tennero consiglio per arrestare Gesù con inganno e farlo morire. Dicevano però: “Non durante la festa, perché non nascano tumulti fra il popolo”. Recatosi Gesù a Betania nella casa di Simone il lebbroso, mentre egli era a mensa, si avvicinò a lui una donna con in mano un vaso d’alabastro contenente un unguento prezioso che versò sulla testa di lui. A quella vista i discepoli si indignarono e dissero: “Perché questo spreco? Lo si poteva vendere a caro prezzo e darne il ricavato ai poveri”. Venuto a conoscenza della cosa, Gesù disse loro: “Perché infastidite questa donna? Ella ha compiuto una buona azione verso di me; poiché, mentre i poveri li avete sempre con voi, me invece non mi avrete sempre. Se costei ha versato sul mio capo questo unguento, l’ha fatto in vista della mia sepoltura. In verità vi dico: dove sarà predicato questo vangelo, in tutto il mondo, si parlerà anche di ciò che essa ha fatto, a sua lode”.

L’incomprensione in famiglia è frequente, nasce perché viene spontaneo pensare che la propria posizione sia assoluta. Ci chiudiamo se le nostre idee sembrano inascoltate o non portano subito dei cambiamenti esteriori. A volte ci scandalizziamo se gli altri non fanno le scelte che avremmo fatto noi, arriviamo anche a sentirci traditi. Per questo i discepoli si sentono in dovere di richiamare la loro valutazione sull’atto compiuto dalla donna: inadeguato (“Perché questo spreco?”), sprecone (“Lo si poteva vendere a caro prezzo”), non consapevole delle conseguenze (“darne il ricavato ai poveri”). Come non dare ragione a loro? I modi suggeriti, d’altronde, erano sicuramente politicamente corretti.

Ma come sempre Gesù va oltre la nostra piccolezza. Dobbiamo essere in grado di aprire il cuore all’altro, sempre, anche dopo una bella litigata. Non sarà una posizione di debolezza ma di grande maturità. Impariamo così che amare non è mai imporre ma condividere: riconosciamo come novità che ci fa crescere ciò che prima ci pareva soltanto incomprensione.

  • Riusciamo sempre a riconoscere la preziosità degli altri?
  • Riusciamo a rinunciare a qualcosa di nostro per accogliere quanto l’altro ci può donare?

“VIA DEL CAMPO” di Fabrizio De Andrè

Un laicissimo De Andrè, con questo indimenticabile e famoso brano, riconosce quanto gli ultimi, perché non presi in considerazione o addirittura giudicati scarto dalla società perbenista, possono essere segno di speranza: ricalca fortemente come dal “letame” del degrado è più facile che nascano “­ori” di speranza che non dai “diamanti” di una ­finta ed ipocrita società. Sia la miseria di una graziosa bambina che la povertà umana di una prostituta passano attraverso una vita piena di sofferenza e come tali riescono ad essere humus per dare un segno di speranza. È un richiamo a ricercare sempre quell’amore che se risponde “ama e ridi”, se non ti sente “piangi forte”:

  • riusciamo a prestare attenzione all’ultimo?
  • c’è posto nel nostro cuore più alla compassione che non al giudizio?

XV TEMPO ORDINARIO 15 luglio 2018

PRESE A MANDARLI

Commento al Vangelo di p. José María CASTILLO

Mc 6, 7-13
[In quel tempo,] Gesù chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri. E ordinò loro di non prendere per il viaggio nientaltro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; ma di calzare sandali e di non portare due tuniche.
E diceva loro: «Dovunque entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì. Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro».
Ed essi, partiti, proclamarono che la gente si convertisse, scacciavano molti demòni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano.

Questo racconto di Marco, che è più antico di quello parallelo di Matteo (10,5-15), contiene già il mandato della missione che consiste, prima di tutto, nell«autorità» per scacciare spiriti impuri, una denominazione che si dava ai demóni. Questa credenza nei demóni era molto forte in Israele al tempo di Gesù. La cosa proveniva a partire dai tempi dellesilio in Babilonia ed è sicuro che per Gesù, come per i suoi contemporanei, parlare di demóni o di spiriti impuri era parlare di malati del corpo e della mente (O. Böcher). Lautorità dei discepoli è per liberare la gente da questi mali.
Quello che meno importa a questo punto sono i dettagli. Quella che interessa è il cuore del problema. Ed il cuore sta nel fatto che, come si è detto, il radicalismo etico della tradizione sinottica era un radicalismo itinerante che poteva praticarsi solo in condizioni di vita estreme e marginali (G. Theissen). Questaffermazione ha bisogno di essere chiarita. La missione non può essere ridotta unicamente a condizioni estreme e marginali. Il Vangelo non è per situazioni estreme e marginali. È per tutti e per tutta la vita. Come è possibile questo?
Il Vangelo non presenta una maniera estrema e stravagante di vivere. Quello che il Vangelo offre è una maniera di vivere che non è determinata e condizionata dal denaro e dal benessere, ma dal progetto di alleviare la sofferenza, dalla lotta contro coloro che fanno violenza, dal rispetto per la dignità ed i diritti di tutti, dallimpegno di rendere felici coloro che ci circondano. Questo vuole dire Gesù con le proibizioni che impone ai suoi discepoli. Gesù non ha presentato un progetto stravagante, ma un progetto di umanità.


La religiosità di Gesù
Lc 18, 9-14 Il Pubblicano e il Fariseo
Gesù ha risposto alla crisi religiosa di Israele “spostando la religione”: l’ha tirata fuori dal tempio, l’ha tolta dalle mani dei sacerdoti e dei suoi teologi (i dottori della legge), l’ha sradicata dalla violenza dei dogmi, delle norme e dei riti e, fatto questo, ha posto l’elemento centrale della religiosità nella vita stessa, nell’ “umano”, nelle migliori relazioni possibili con ogni essere umano, nell’etica della bontà e della misericordia con tutti, con i credenti, con gli agnostici, con gli atei.
Nel Vangelo non si dice che i primi discepoli si sono messi ad ascoltare Gesù, hanno cominciato ad apprendere i suoi insegnamenti, sono andati a pregare nel deserto, hanno iniziato a praticare determinate norme, leggi o comandamenti e si sono dedicati ad adempiere osservanze rituali. Assolutamente nulla di tutto questo. Solo una cosa: lasciando tutto seguirono Gesù….Il vangelo non è un libro religioso nè una biografia di Gesù… è un progetto per la vita ed offre una serie di convinzioni fondamentali che umanizzano colui che le vive.
Gesù non ha affidato ai suoi discepoli una missione religiosa ma una missione “umanitaria”. Gesù è una persona che va per la vita non solo aiutando coloro che soffrono, ma anche liberando gli oppressi dai diavoli attuali che causano la diseguaglianza tra gli uomini ed i popoli; che privano i poveri di diritti e libertà e che provocano la grande ingiustizia dell’accumulo, da parte di pochissimi, del potere e del capitale, mentre il resto della popolazione si vede spogliato e sfruttato fino a livelli inimmaginabili. E’ evidente che coloro che si dedicano a fare il bene in questo modo saranno processati come pericolosi e si vedranno perseguitati, accusati e giudicati dai potenti.
La fede non è adesione ad una dottrina. Quando uno legge quello che raccontano i vangeli sinottici sulla fede, la prima cosa che richiama l’attenzione è che la fede in Gesù … non si riferisce direttamente alla religione, ma alla salute delle persone. La fede in origine non è una questione religiosa ma la forza che ci aiuta a cavarsela di fronte ai problemi ed alle situazioni umane che ci preoccupano. Anzi situazioni di sofferenza nelle quali la fede agisce come una forza con la quale, mediante quello che rappresenta nella vita fidarsi di Gesù, del suo modo di pensare e di vivere, si attiva il potere della bontà e mediante la bontà si recupera la felicità.
Scheda a cura di Antonio Izzo
Incontro Adulti – Fusaro

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Il Cristiano tra potere e mondanità

Fermarsi, scendere, andare incontro

Il 19 marzo 2013, giorno della Messa di inizio pontificato di Francesco a piazza san Pietro, mentre il Papa sta andando verso l’altare dove ad attenderlo ci sono i grandi della terra, all’improvviso rompe il protocollo cerimoniale, fa fermare l’auto, scende e va incontro ad un malato di SLA e lo abbraccia. Sul momento tanti non hanno capito e lo hanno confuso con una qualsiasi e generica buona azione. Ma in quel gesto era racchiuso il senso di tutto il programma del pontificato.

Era un invito a fermarsi dalla corsa di un attivismo fine a se stesso o orientato all’ottenimento di riconoscimenti mondani: solo fermandoci possiamo vedere.

Ma non basta fermarsi, occorre anche scendere da tutti i piedistalli dove ci siamo o ci hanno collocato, perchè sia chiaro che Gesù Cristo non ci vuole come principi che guardano in modo sprezzante, ma come uomini e donne del popolo. Occorre scendere dalla condizione di superiorità che rischia di non farci sentire umani tra gli umani. Ma a questa discesa nella condizione comune dell’umanità che è rimasta sulla terra, deve seguire l’andare incontro rompendo ogni muro e barriera, ogni distanza e giustificazione di distanza, ogni codice di separatezza. E andare incontro significa anche toccare, toccare la carne sofferente degli altri, e non mantenerci a distanza dal nodo del dramma umano. Perché come scriveva Giorgio La Pira a Salvatore Quasimodo: “Caro Totò, il cristianesimo è per i vicoli: per le porte senza numero; è l Patrimonio della Povertà, il fiore dell’uomo: esso è il tronco che deriva da Dio e che si nasconde nei sottoscala“.

L’Evangelii gaudium, vera pietra miliare e testamento di questo pontificato, chiede a ciascuno di noi una conversione che, abbandonando il principio di autosufficienza, trasformi stili e mentalità. Innanzitutto la ricchezza delle differenze come opera dello Spirito Santo. Le differenze vanno riconosciute come dono e non combattute, queste possono essere messe al servizio dell’evangelizzazione e la loro ricomposizione nell’unità si può ottenere solo a patto di riconoscere il ruolo che lo stesso Spirito può avere in questo processo. E’ giunto il tempo di una nuova ecclesiologia. Francesco propone l’immagine del poliedro dove le diversità vengono accolte come ricchezza, nè negate, nè annullate (cfr.EG, n. 236).

Un altro problema messo in evidenza dall’esortazione Evangelii gaudium sono le numerose malattie e tentazioni che non permettono di prestare attenzione all’altro perchè si è troppo impegnati a contemplare se stessi. Nessuno può sentirsi esonerato dalla preoccupazione per i poveri e per la giustizia sociale. Tali malattie e tali tentazioni sono un pericolo per ogni cristiano e per ogni comunità, parrocchia, movimento ecclesiale, e possono colpire sia a livello individuale sia comunitario:

  • La malattia del sentirsi immortale, immune o addirittura indispensabile. L’antidoto a questa epidemia è la grazia di sentirci peccatori e di dire con tutto il cuore: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare” (Lc. 17,10)-
  • La malattia del “martalismo”, dell’eccesiva operosità, trascurando la parte migliore, il sedersi ai piedi di Gesù (Lc. 10, 38-42).
  • La malattia dell'”impietrimento” mentale e spirituale. E’ la malattia di coloro che perdono i sentimenti di Gesù, perchè il loro cuore, si indurisce e diventa incapace di amare incondizionatamente il Padre e il prossimo (Mt. 22, 34-40).
  • La malattia dell’eccessiva pianificazione e del Preparare tutto bene è necessario, ma senza mai cadere nella tentazione di voler rinchiudere e pilotare la libertà dello Spirito Santo, che rimane sempre più grande, più generosa di ogni umana pianificazione.
  • La malattia del cattivo coordinamento, quando le membra perdono la comunione tra di loro e il corpo smarrisce la sua armoniosa funzionalità, diventando un’orchestra che produce chiasso. Quando il piede dice al braccio: “non ho bisogno di te“, o la mano alla testa: “comando io“, causando disagi e scandalo.
  • La malattia dell'”alzheimer spirituale”. La vediamo in coloro che hanno perso la memoria del loro incontro con il signore, in coloro che dipendono completamente dal loro presente, dalle loro passioni, capricci e manie; in coloro che costruiscono attorno a sè muri e abitudini diventando sempre di più, schiavi degli idoli che hanno scolpito con le loro stesse mani.
  • La malattia della rivalità e della “Non fate nulla per rivalità o vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso. Ciascuno non cerchi l’interesse proprio, ma anche quello degli altri” (Fil 2, 3-4). E’ la malattia che ci porta ad essere uomini e donne falsi.
  • La malattia della schizofrenia esistenziale. E’ la malattia di coloro che vivono una doppia vita, frutto dell’ipocrisia tipica del vuoto spirituale che lauree o titoli accademici non possono colmare.
  • La malattia delle chiacchiere, delle mormorazioni e dei E’ una malattia che si impadronisce della persona facendola diventare seminatrice di zizzania e in tanti casi “omicida a sangue freddo” della fama dei propri fratelli. E’ la malattia delle persone vigliacche, che non avendo il coraggio di parlare direttamente parlano dietro le spalle: “Fate tutto senza mormorazioni e senza esitare, per essere irreprensibili e puri” (Fil 2, 14-15) guardiamoci dal terrorismo delle chiacchiere.
  • La malattia di divinizzare i capi. E’ la malattia di coloro che onorano le persone e non Dio (Mt 3, 8-12). Sono persone che vivono il servizio pensando unicamente a ciò che devono ottenere e non a quello che devono dare.
  • La malattia dell’indifferenza verso gli altri. Quando ognuno pensa solo a se stesso e perde la sincerità e il calore dei rapporti umani. Quando il più esperto non mette la sua conoscenza al servizio dei meno esperti. Quando si viene a conoscenza di qualcosa e la si tiene per sè invece di condividerla positivamente on gli altri. Quando, per gelosia o per scaltrezza, si prova gioia nel vedere l’altro cadere invece di rialzarlo e incoraggiarlo.
  • La malattia della faccia funerea, ossia delle persone burbere e arcigne. Un cuore pieno di dio è un cuore felice che irradia e contagia con la gioia tutti coloro che sono intorno a sè: lo si vede subito. Non perdiamo mai quello spirito gioioso, che ci rende persone amabili, anche nelle situazioni difficili (cfr. EG, n. 2).
  • La malattia dell’accumulare: quando si cerca di colmare un vuoto esistenziale presente nel nostro cuore accumulando bei materiali, non per necessità, ma solo per sentirsi al sicuro (Ap 3, 17.19).
  • La malattia dei circoli chiusi: dove l’appartenenza ad un gruppo diventa più forte di quella al Corpo e, in alcune situazioni, a Cristo stesso. Circoli chiusi che rinunciano al realismo della dimensione sociale del Vangelo (cfr. EG, n.88); privilegiano e assolutizzano la loro appartenenza a gruppi e movimenti e che oggi ci sembra si possano individuare più come trampolini per carriere personali (clericali e politiche) che come luoghi di servizio.
  • La malattia del profitto modano, degli esibizionismi, quando si trasforma il servizio in potere, e il potere in merce per ottenere profitti mondani o più poteri. E’ la malattia delle perone che cercano insaziabilmente spazi di potere e per tale scopo sono capaci i calunniare, di diffamare e di screditare gli altri.

E’ chiaro che è solo lo Spirito Santo, l’anima del Corpo Mistico di Cristo, come afferma il Concilio Niceno – Costantinopolitano, a guarire ogni infermità. E’ lo Spirito Santo che sostiene ogni sincero sforzo di purificazione e ogni buona volontà di conversione. E’ Lui a farci capire che ogni membro partecipa alla santificazione del corpo e al suo indebolimento. E’ Lui il “promotore dell’armonia“, dice San Basilio. Sant’Agostino ci dice: “Finchè una parte aderisce al corpo, la sua guarigione non è disperata; ciò che invece fu reciso, non può nè curarsi nè guarirsi“.

La guarigione è anche frutto della consapevolezza della malattia e della decisione personale e comunitaria di curarsi sopportando pazientemente e con perseveranza la cura (Cfr. EG, nn. 25-33). Ciò significa ispirarsi a parole come conversione, rinnovamento, trasformazione, ripensamento, attraverso le quali le 15 malattie potranno essere superate.

Antonio Izzo

Incontro di formazione Adulti di Azione Cattolica

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Seguire Gesù nel Tempio

Mc 11, 12-19.12, 38-44

[12] La mattina seguente, mentre uscivano da Betània, ebbe fame. [13] E avendo cvisto di lontano un fico che aveva delle foglie, si avvicinò per vedere se mai vi trovasse qualche cosa; ma giuntovi sotto, non trovò altro che foglie. Non era infatti quella la stagione dei fichi.
[14] E gli disse: “Nessuno possa mai più mangiare i tuoi frutti”. E i discepoli l’udirono.  [15] Andarono intanto a Gerusalemme. Ed entrato nel tempio, si mise a scacciare quelli che vendevano e comperavano nel tempio; rovesciò i tavoli dei cambiavalute e le sedie dei venditori di colombe [16] e non permetteva che si portassero cose attraverso il tempio. [17] Ed insegnava loro dicendo: “Non sta forse scritto: La mia casa sarà chiamata casa di preghiera per tutte le genti?  Voi invece ne avete fatto una spelonca di ladri!”.  [18] L’udirono i sommi sacerdoti e gli scribi e cercavano il modo di farlo morire. Avevano infatti paura di lui, perché tutto il popolo era ammirato del suo insegnamento. [19] Quando venne la sera uscirono dalla città.
[38] Diceva loro mentre insegnava: “Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, [39] avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. [40] Divorano le case delle vedove e ostentano di fare lunghe preghiere; essi riceveranno una condanna più grave”. [41] E sedutosi di fronte al tesoro, osservava come la folla gettava monete nel tesoro. E tanti ricchi ne gettavano molte. [42] Ma venuta una povera vedova vi gettò due spiccioli, cioè un quattrino. [43] Allora, chiamati a sé i discepoli, disse loro: “In verità vi dico: questa vedova ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. [44] Poiché tutti hanno dato del loro superfluo, essa invece, nella sua povertà, vi ha messo tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere”.
Ad una prima lettura, il racconto di Gesù e del fico (vv. 12-14 e 20-21) è uno dei più strani del Vangelo di Marco. E’ piuttosto insolito maledire un fico perchè non ha frutti, visto il particolare che “non era infatti quella la stagione dei fichi” (v. 13). Gesù appare irragionevole e diventa più difficile comprendere l’avvenimento. Possiamo seguire due piste per scoprire il significato di questo passo, Innanzitutto dobbiamo ricordare che l’immagine del fico era usata nell’AT per indicare Israele (cfr. Os 9,10). Perciò la maledizione dell’albero da parte di Gesù funge da simbolo per la sua collera nei confronti del popolo giudaico
Ma perché Gesù maledice Israele proprio a questo punto del Vangelo? Ricordiamo che il popolo aveva appena accolto Gesù trionfalmente a Gerusalemme.
Una seconda pista per comprendere questo passo è il suo contesto immediato, che mostra un Gesù arrabbiato mentre scaccia via i mercanti dall’area sacra del tempio. Di conseguenza si può comprendere perché Gesù intrecciò il passo della maledizione del fico con quello sulla purificazione del tempio. . Il fico seccato (v.21) sta a simboleggiare la sterilità della pietà del tempio giudaico al tempo di Gesù.

L’ultima scena di Gesù nel tempio è uno dei momenti più drammatici di tutto il vangelo di Marco. Gesù innanzitutto mette in guardia il popolo contro gli Scribi, che pregano a lungo e ad alta voce per essere notati e rispettati come ” i santi” (vv. 38-39). Nello stesso tempo, dal momento che essi “divoravano le case delle vedove” (v. 40), mostrano quanto sia vuota la loro preghiera. Essi disobbediscono anche ad un comandamento particolare dato ai loro antenati da Mosè: “Non maltratterai la vedova o l’orfano” (Es 22,21). A questa storia di ipocrisia Marco ha aggiunto l’immagine commovente ed esemplare della povera vedova (vv. 41-44)
Il Tempio è uno dei luoghi significativi per l’incontro con il Signore e con i fratelli per sperimentare il senso di comunità e vivificare la nostra fede. Talora però è utilizzato per affermare se stessi o porsi al centro dell’attenzione.
Il servizio al tempio, invece, è costruzione di comunità, e trama di solidarietà e di condivisione. Un’opportunità perché ognuno possa offrire quel poco o tanto che sia. Solo con il contributo di ciascuno, seppur piccolo, si realizzano comunità vive, capaci di essere segno di carità verso tutti, soprattutto nei confronti di chi è più debole e fragile. Anche se le mura crollano, il tempio-comunità rimane, attorno a Gesù Eucarestia.
Il tempio è il luogo del culto autentico all’unico vero Dio. E’ il luogo in cui Dio incontra il suo popolo e il popolo incontra il suo Dio. In essa si vive la relazione con dio attraverso l’offerta sacrificale. L’offerta del sacrificio non è dare a Dio delle cose, non è restituire a Dio ciò che lui ha dato a noi, ma è riconoscere Dio come Dio.
I sacerdoti e gli scribi, invece, hanno fatto del tempio un luogo di commercio, di scambio di merci e valute. Essi usano il tempio per i loro interessi. Per loro il tempio è più un luogo da occupare che lo spazio per una relazione da abitare.
Gesù è colpito dal comportamento di una povera vedova, che getta solo due monetine. Egli in quel gesto scopre come lei vive la relazione con Dio e con i fratelli. A differenza della folla dei ricchi, lei dona tutto quello che possiede: anzi, quello che è essenziale per la sua esistenza. Gesù vede nella vedova al tempio il modo migliore per vivere il discepolato.
Gesù fa spazio nel tempio liberando il Cortile dei Gentile dai venditori di cambiavalute. Molte volte serve fare la stessa cosa nella nostra vita perché possa realizzarsi uno spazio libero per il Signore. Spesso è necessario distruggere per edificare, de-costruire per ricostruire. Lasciare è spesso la soluzione. Quando Dio entra nella vita porta con sè novità e autenticità, non senza aver distrutto ciò che è vecchio e falso.
Il piccolo gesto della povera vedova non ha nessuna pretesa di risolvere problemi economici del tempio, ma ha in sè la profezia nella logica del “minimo disponibile”; troppe volte non diamo il nostro contributo perchè lo consideriamo irrilevante e non significativo. Questo poco, messo nelle mani di Dio, esprime la sua grandezza: nel frammento il tutto; è nel dettaglio di una piccola attenzione che c’è la sensibilità più bella dell’animo umano.
Come laici esercitiamo lo sguardo per cogliere i segni di Dio posti sul nostro cammino, così da scoprire la bellezza del vangelo presente nella vita del mondo.

Fare discernimento sul proprio essere nel tempio ci aiuta a riscoprirci come discepoli di Gesù e a sentirci parte della comunità.

Rifletto sul mio stare nel Tempio:
Mi sento parte della mia comunità parrocchiale? Racconta un episodio che mi ha fatto vivere l’appartenenza alla comunità.
Ricordo un’esperienza di solidarietà e di attenzione agli altri

Signore, dammi la fede:
fede nella tua grazia, nella tua misericordia,
nella tua provvidenza che vigila, dirige, permette;
dammi fede nel bene, nella bontà, nell’opera
alla quale tu mi hai chiamato a collaborare,
fede nell’infinitamente piccolo, che tu,
con la fecondità misteriosa della tua grazia,
puoi trasformare nell’infinitamente grande.
Che io creda che nulla avviene invano,
che il più piccolo atto compiuto per tuo amore
ha un valore grande dinanzi a te.
O Dio, creiamo nella tua parola.
O Dio, speriamo nelle tue promesse.
O Dio, ti amiamo sopra ogni cosa.
O Dio, concedi a tutti la tua pace.

Antonio Izzo

Incontro di formazione Adulti di Azione Cattolica

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Lectio Divina: lettura della Parola che Dio ci vuol comunicare

La centralità della Parola di Dio è sempre stata presente nella vita dei credenti. Ne dà testimonianza la stessa Sacra Scrittura: vedi il salmo 119 e il significato per i rabbini dell’espressione “essere sotto il fico”!, vedi l’esempio dei discorsi di Gesù, vedi le esortazioni apostoliche: “La Parola di Dio abiti tra voi nella sua ricchezza. Con ogni sapienza istruitevi e ammonitevi a vicenda con salmi, inni e canti spirituali, con gratitudine, cantando a Dio nei vostri cuori” (Col 3,16). “Tutta la Scrittura è ispirata da Dio e utile per insegnare, convincere, correggere e formare alla giustizia” (2Tim 3, 16). I padri della Chiesa e altri esponenti della sua vita spirituale hanno continuato a farvi riferimento: Origene (238), Ambrogio, asceti del deserto egiziano, Cassiano, Benedetto…

I monaci medioevali hanno cercato di schematizzare l’esperienza della Chiesa in questo campo per diffonderla ancor più e l’hanno chiamata Lectio Divina. Il loro schema ha trovato larga diffusione: Ugo di S. Vittore (+1141) ne elencò quattro passaggi: lectio, meditatio, oratio, operatio, e Guigo II, certosino (+1188), nella Scala claustralium li fissò così: lectio, meditatio, oratio, contemplatio. Nel XV sec. è stata progressivamente sostituita dalla meditazione su testi di devozione o di ascesi, per poi tornare ad essere raccomandata nel XX sec.: ne fa accenno Pio XII in “Divino afflante Spiritu” (1943), poi i Padri del Concilio, e infine i Papi Giovanni Paolo II e Benedetto XVI (p. Bruno Secondin, O. Carm, 15 dic 2007).

La Lectio è strumento privilegiato, possibile a tutti, raccomandato, perché, secondo il detto di S. Girolamo, attraverso la Scrittura conosciamo e incontriamo Cristo Gesù!

Lectio: lettura del testo, più volte, adagio. Alla lettura si aggiunge la ricerca del contesto, dell’ambiente in cui si svolge il fatto narrato o vengono pronunciate le parole, l’ambiente in cui il testo è stato scritto, la cultura dell’autore umano, il genere letterario usato, il confronto con testi paralleli o passi cui si riferisce. Per questo “impegno” può essere utile consultare lavori esegetici. È una fase quasi intellettuale, dove io non sono ancora chiamato in causa. È da far attenzione a non cedere alla curiosità di cavilli letterari o storici, per non perdere di vista la Persona divina che mi vuole incontrare!

Meditatio: rilettura del testo allo scopo di ascoltare cosa il Signore dice a me in questo periodo o situazione della vita e della mia attività. Cosa dice allo sviluppo della mia vocazione? Cosa suggerisce per le mie relazioni? Mi consola? Mi esorta? Mi orienta? Mi rallegra?

Oratio: non è necessariamente intercessione o supplica. Questa può esserci, ma alla fine, come nel Padre nostro. Prima di tutto ringraziamento, offerta della disponibilità al Regno e alla Volontà di Dio, e poi anche domanda del Pane, del perdono, della protezione dalle tentazioni. Preghiera che sgorghi dalla Parola letta e disponga all’ubbidienza ad essa, secondo quanto il testo ha suggerito.

Contemplatio: “contemplare”, guardare con amore! È la parte più importante, il terreno buono che fa maturare il frutto della Parola ascoltata. Richiede silenzio, non più parole, nè intelligenza, nè memoria, ma sguardo a Colui che ha parlato e si è manifestato. Non mi metto come davanti ad uno specchio, ma come davanti alla finestra: non guardo me stesso per far esami di coscienza, ma osservo l’agire di Dio, il volto di Gesù Cristo, il movimento dello Spirito! Si può dare spazio a sentimenti di adorazione, ringraziamento, lode, benedizione, gioia! «Tu sei degno, o Signore e Dio nostro, di ricevere la gloria, l’onore e la potenza, perché tu hai creato tutte le cose, e per la tua volontà furono create e sussistono» (Apoc 4,11).

È la parte più intensa e più lunga: lasciare che lo Spirito della Parola mi permei, mi compenetri, lavori in me: è il tempo del cambiamento di sentimenti e pensieri.

Ruminatio (melet, raccogliere il miele): scegliere una frase per ripeterla durante la giornata, come richiamo e aiuto a continuare la contemplatio. La Parola opera il suo effetto nel nostro animo: come la spugna bagnata passa e ripassa sul tavolo sporco e lo lascia pulito e umido, così la Parola, imbevuta di Spirito Santo, purifica e lascia Spirito Santo nella nostra mente e nel cuore!

Actio: mettersi in moto. Agire in conseguenza di quanto ascoltato. (“Fate frutti degni di conversione!” Mt 3,8)

Collatio: condividere con altri il frutto dei passi precedenti: cf. Maria ed Elisabetta (Lc 1,40)! Testimonianza!

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Il fariseo e il pubblicano

Il giudice e la vedova

Pecora perduta e dracme ritrovate

Lectio Mc. 10,4 cieco Bartimeo

lectio padre misericordioso

Beati i misericordiosi perchè troveranno misericordia

Lectio divina sulle tentazioni