Formazione

Una volta, un monaco mentre era in viaggio
trovò una pietra preziosa e la prese con sé.
Un giorno incontra un viaggiatore e, quando aprì la borsa per condividere con lui le sue provviste,
il viaggiatore vide la pietra e gliela chiese.
Il monaco gliela diede immediatamente. Il viaggiatore partì, pieno di gioia per l’inaspettato dono della pietra preziosa che sarebbe stata sufficiente a garantirgli il benessere e la sicurezza per il resto della vita.
Ma pochi giorni dopo tornò indietro alla ricerca del monaco e, trovatolo, gli restituì la pietra dicendogli: “ora dammi qualcosa di più prezioso di questa pietra, qualcosa di pari valore.
Dammi ciò che ti ha reso capace di donarmela.  

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IL Natale dei Vangeli

L’evento dell’Incarnazione di Dio in Gesù di Nazareth, uno dei misteri fondamentali della fede cristiana, troppo spesso trascurato, poco indagato e talvolta ridotto al solo ricordo del “Natale”, festività, peraltro, ormai contaminata dagli aspetti tradizionali, commerciali e di consumo e di pietà popolare , necessita con
urgenza di essere riscoperto e fatto oggetto di una seria riessione per scorgervi da un lato l’inequivocabile originalità della fede cristiana e dall’altro per rifondare, alla luce del Vangelo, un vissuto di piena umanità, comune ad ogni uomo
credente o non credente.
Rifettere sull’Incarnazione signica riscoprire e rifondare l’immagine che noi abbiamo di Dio, perché non sia il prodotto di una proiezione di noi stessi e del nostro ego, una realtà altra,
fredda ed esigente al di fuori di noi, ma perché piuttosto sgorghi dall’ascolto attento del nostro profondo e della vita, come qualcosa di vero, intimo e vitale con cui riconciliarci e porci in armonia.
Riettere sull’Incarnazione signica riscoprire e porre al centro l’Uomo, la sua dignità, la sua sacralità ed entrare così nel processo continuo della sua progressiva umanizzazione, a fronte di un pur più evidente percorso contrario di disumanizzazione, a cui tutti siamo esposti.
Si ha l’impressione che l’Incarnazione non sempre sia stata presa sul serio,e non solo perché, in nome di una difesa della divinità di Gesù, abbiamo quasi espunto la sua umanità, ma perché non riusciamo ad accettare in pieno lo scandalo di questo Dio che si è fatto uomo, uguale a noi, soggetto come noi alle leggi della
crescita, a quelle dell’apprendimento, a quelle della fede in Dio nonostante tutte le tentazioni e le avversità della vita. È questa la carne che il Signore ha assunto, è questa la terra che ha sposato. Allora, dobbiamo imparare che dall’interno della nostra umanità non c’è niente che Dio disdegna.Si tratta di renderci conto che questo Dio non siamo noi a definirlo, non è un nostro manufatto, non è un idolo. È davvero
colui che chiamiamo Abbà, papà. Ma nello stesso tempo è un Dio che non si è vergognato dell’umanità e con essa ha voluto dialogare no a venire in mezzo a noi tramite Gesù Cristo.

Rifettere sull’Incarnazione di Dio significa rimettere al centro il Vangelo e guardare prima di tutto e con rinnovata attenzione all’esperienza e al vissuto di Gesù, come da qualche anno Papa Francesco ci invita a fare. Gesù Cristo è vissuto in maniera tale che, quando ha iniziato ad agire e a parlare in pubblico, i conflitti con i sacerdoti, i dottori della legge e i farisei, il tempio, le osservanze e le norme religiose, sono stati sistematici. L’aspetto centrale della vita di Gesù, secondo i Vangeli, non è stato il religioso e la religiosità, ma l’umano e l’umanità. Gesù sempre si è posto dalla parte della
vita e della felicità degli esseri umani, curandosi prima di tutto della salute dei malati, dell’accoglienza e della convivialità con tutti, soprattutto i più poveri, della qualità delle relazioni umane.

Antonio Izzo

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GENERARE PER ACCOGLIERE

“IL REGNO È PER I POVERI”

(Scheda Catechesi per Incontro Diocesano Adulti di AC – 6/10(2018 Monte di Procida )

 Una proclamazione di felicità

Il regno di Dio non risolve i problemi e non cambia le situazioni come per incanto. Ci si può chiedere, allora, in che senso esso sia una buona notizia, quale felicità porti e a quali condizioni se ne possa fare l’esperienza.

Senz’altro Gesù di Nàzaret intende fare un annuncio e un’offerta di felicità. Le beatitudini del Regno, riferite dagli evangelisti Matteo e Luca, non vogliono essere soltanto una promessa, ma una proclamazione. A motivo del futuro che comincia a venire, assicurano già nel presente gioia e bellezza di vita, come un anticipo. Però è paradossale che ne siano destinatari i poveri e i sofferenti. Perché proprio loro?

Dio difensore degli oppressi

Nella Bibbia troviamo delineata con tratti impressionanti la condizione dei poveri: duramente sfruttati nei lavori occasionali; derubati del bue, dell’asino e delle pecore; curvati dalle fatiche e dalle umiliazioni; si nutrono di erbe trovate nei campi e di qualche grappolo rimasto nelle vigne dopo la vendemmia; passano la notte nudi e indifesi dal freddo, bagnati di pioggia, quando non trovano neppure una grotta dove rifugiarsi. Più in generale però vengono considerati poveri tutti coloro che per la loro debolezza non riescono a far valere i propri diritti e quanti subiscono in un modo o nell’altro l’oppressione dei prepotenti.

Secondo la Bibbia, un re è giusto quando si fa difensore dei poveri, degli orfani e delle vedove, di quanti non sono in grado di farsi rispettare. A maggior ragione, la giustizia regale di Dio si manifesta a favore degli oppressi: «Beato chi ha per aiuto il Dio di Giacobbe, chi spera nel Signore suo Dio, creatore del cielo e della terra, del mare e di quanto contiene. Egli è fedele per sempre, rende giustizia agli oppressi, dà il pane agli affamati. Il Signore libera i prigionieri, il Signore ridona la vista ai ciechi, il Signore rialza chi è caduto, il Signore ama i giusti, il Signore protegge lo straniero, egli sostiene l’orfano e la vedova, ma sconvolge le vie degli empi. Il Signore regna per sempre, il tuo Dio, o Sion, per ogni generazione» (Sal 146,5-10).

Liberazione dalla sofferenza

Dando compimento all’attesa, Gesù annuncia che Dio, nella sua nuova definitiva manifestazione, si mette a fianco degli oppressi, degli affamati, dei malati, degli afflitti, dei perseguitati e comincia a liberarli.

Rendendo visibile con il suo comportamento l’agire stesso di Dio, il Maestro va incontro a ogni miseria spirituale e materiale. Nutre con la parola e con il pane le folle stanche e senza guida, disprezzate dai gruppi religiosi osservanti. Si commuove di fronte ai malati, che gli si accalcano intorno, e li guarisce. Avvicina varie categorie di emarginati, i bambini, le donne, i lebbrosi, i peccatori segnati a dito, come i pubblicani e le prostitute, i pagani. Tende la mano a chiunque è umiliato dal peccato, dalla sofferenza, dal disprezzo altrui.

Non si limita a operare in prima persona. Coinvolge i discepoli nella sua missione a servizio del Regno; esige da tutti un serio impegno, mediante le opere di misericordia, per la liberazione, sia pure parziale e provvisoria, da ogni forma di male, fino a quando non verrà la gloria del compimento totale.

Beati gli ultimi

Gesù proclama beati gli ultimi della società, perché sono i primi destinatari del Regno. Proprio perché sono poveri e bisognosi, Dio nel suo amore gratuito e misericordioso va loro incontro e li chiama ad essere suoi figli, conferendo loro una dignità che nessuna circostanza esteriore può annullare o diminuire: né l’indigenza, né l’emarginazione, né la malattia, né l’insuccesso, né l’umiliazione, né la persecuzione, né alcun’altra avversità.

Anzi, una situazione fallimentare può riuscire addirittura vantaggiosa. I poveri, i sofferenti e i peccatori sperimentano acutamente la loro debolezza. Sono disposti a lasciarsi salvare da Dio. Sono portati a misurare il valore della propria persona non dai beni esteriori, ma dall’amore che il Padre ha per loro. Così «passano avanti nel regno di Dio» (Mt 21,31). Per farne però l’esperienza gioiosa, devono abbandonarsi al suo amore, con umiltà e fiducia, e quindi convertirsi. In tal caso possono essere beati perfino in mezzo alle tribolazioni.

La gioia di Gesù

Gesù stesso è povero e perseguitato, ma pieno di gioia; esulta nello Spirito Santo e loda il Padre. Gli basta essere amato come Figlio. È lieto di ricevere tutto dal Padre e di essere nulla senza di lui. La sua povertà non si riduce a una condizione esteriore; è innanzitutto un atteggiamento spirituale, è umiltà: «Imparate da me, che sono mite e umile di cuore» (Mt 11, 29).

Egli vuole comunicare la sua gioia: «Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò» (Mt 11,28); «La mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena» (Gv 15,11); «Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi» (Gv 14, 27). Gesù dona una felicità, che può coesistere anche con la sofferenza, qualora non sia possibile eliminarla; anzi rende piena di significato la stessa sofferenza.

È necessario però condividere la sua comunione con il Padre, essere umili come lui, «poveri in spirito» (Mt 5,3), come egli si esprime. Il Regno è offerto a tutti, ma raggiunge effettivamente solo chi, riconoscendo la propria insufficienza e la precarietà dei beni terreni, attende la salvezza unicamente da Dio e, con la sua grazia, diventa giusto, mite e misericordioso con gli altri.

RIFLETTERE E INTERROGARSI

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 Relazione In cammino come popolo di Dio

 

 

 

 

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Introduzione ai Laboratori di “Educapolis” – Campo Unitario AC 2018

 Nel testo degli Orientamenti per il triennio 2017-2010 leggiamo che “Generare” significa «apprendere la virtù dell’incontro» (Vittorio Bachelet), accogliere l’invito a primerear (prendere l’iniziativa), ad uscire fuori da sé per farsi prossimi, vivificati dalla Parola e dall’Eucaristia che continuamente ri-generano e rinnovano nell’amore. Generare è dare avvio ad un processo di continua estroversione che spinge a pensarci sempre in relazione alzando lo sguardo verso quanti condividono con noi l’attenzione alla promozione umana e al bene comune.

Per realizzare ciò, dobbiamo imparare ad acquisire e affinare l’arte dell’ascolto, del dialogo, del confronto; essere capaci di gratuità, di dono, di accoglienza. L’altro vale per se stesso, prendercene cura ci fa crescere, intercettare la ricchezza del suo mondo interiore accresce la nostra, accettare e valorizzare le diversità ci consente di tracciare strade di condivisione per i sogni e i progetti comuni, amplifica la speranza e ci restituisce la voglia di futuro.

Tutto ciò non si costruisce stando alla finestra, limitandosi alla sterile lamentazione, rimpiangendo i bei tempi andati, alzando steccati, mostrando i muscoli e invocando le maniere forti.
Nel tempo della delega e del riflusso nel privato dobbiamo riscoprire il valore del bene comune da costruire insieme, della cittadinanza attiva, del sapersi assumere le responsabilità, della partecipazione alla vita sociale, culturale, politica.

Ecco perché è importante cogliere in tutta la sua ampiezza la sfida che si pone agli educatori: concorrere alla ricostruzione del tessuto non solo ecclesiale, ma anche sociale e civile, contribuire a realizzare la rinascita del senso della democrazia e della cittadinanza, nel segno dell’accoglienza, della pace, della giustizia e della solidarietà.

I laboratori “educapolis” vogliono essere uno spazio di dialogo, di confronto, di progettualità partecipata e condivisa,  di mediazione, dove: sperimentare la passione per la polis e per le persone che la abitano; pratica la lettura dei fenomeni, l’analisi dei bisogni e gli interessi in campo (fare discernimento); ricercare vie praticabili perché le scelte siano orientate alla crescita complessiva della società e al bene delle persone; individuare possibili linee di impegno comune; ritrovare sinergie con il territorio per lavorare su progetti condivisi; mobilitare le coscienze per esprimere la denuncia di situazioni che violano i diritti umani; imparare l’arte della partecipazione.

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Laboratorio: Laici Discepoli – Missionari  (Campo Unitario di AC, 2017)
  1. Progetto Formativo, Perchè sia formato Cristo in voi

Farsi discepoli

Se Gesù Cristo è il cuore della formazione, il “cristiano è chi ha scelto Cristo e lo segue” (CEI, Il rinnovamento della catechesi, n. 57). La vita cristiana è relazione personale con Cristo come unico Salvatore della propria vita e della storia. Accettare il suo insegnamento non basta; non basta neanche scegliere la sua vita come modello. Occorre “aderire alla persona stessa di Gesù,condividere la sua vita e il suo destino, partecipare alla sua obbedienza libera e amorosa alla volontà del Padre”(Giovanno Paolo II, Veritas splendor, n. 19). Camminare dietro a Cristo significa “avere in noi gli stessi sentimenti che furono in lui” (Fil 2,5), amare come egli ha amato, fino a dare la vita per i fratelli (Progetto Formativo, Perchè sia formato Cristo in voi,  cap. 2).

Farsi Missionari – Un nuovo annuncio del Vangelo

Questo tempo chiede alle comunità e ai singoli cristiani un nuovo impegno di evangelizzazione, da riscoprire nella sua forma originaria di prima proclamazione del nome di Gesù e del suo mistero, e anche come parola nuova da pronunciare sulla vita e sulla storia. Un tempo la società e la Chiesa hanno vissuto di una comune cultura, che ora non c’è più. Fino a qualche decennio fa, si poteva imparare a vivere da cristiani anche in famiglia, a scuola, nell’ambito delle comuni relazioni interpersonali o nella cultura diffusa; qui si imparava a pregare, si riconoscevano i comportamenti ispirati alla vita cristiana e i valori fondamentali del cristianesimo. Oggi questo accade più difficilmente o risulta insufficiente: essere cristiani richiede nuova consapevolezza e radicalità, e soprattutto un modo personale di porsi davanti alla fede. Ciò passa attraverso un annuncio nuovo del Vangelo a chi non crede o a chi non crede più:nuovo nelle forme, nei linguaggi, nell’evidenza data al cuore del cristianesimo, che è Gesù Cristo.

Evangelizzazione nuova è parola che cambia la vita:è conversione della coscienza personale e della cultura degli uomini, raggiungendo e quasi sconvolgendo mediante la forza del vangelo i criteri di giudizio, i valori determinanti, le linee di pensiero, le mentalità diffuse, le fonti ispiratrici e i modelli di vita dell’umanità. Se la fede non cambia la vita, non è vera ( Paolo VI, Evangelii nuntiandi, nn.18-19). (Progetto Formativo, Perchè sia formato Cristo in voi,  cap. 3).

La meta della formazione dell’Azione Cattolica è quella di accompagnare i suoi aderenti ad essere laici capaci di vivere in modo autentico e originale la propria esperienza cristiana nella storia e nel mondo. Il progetto formativo sintetizza questa meta con l’espressione evangelica “nel mondo, non del mondo”. Vivere in questo modo fa risaltare il carattere paradossale della vita cristiana, tanto più evidente nell’esistenza dei laici: “i cristiani sono uomini come tutti gli altri, pienamente partecipi della vita nella città e nella società, dei successi e dei fallimenti sperimentati dagli uomini; ma sono anche ascoltatori della Parola, chiamati a trasmettere la differenza evangelica nella storia, a dare un’anima al mondo, perché l’umanità tutta possa incamminarsi verso quel Regno per il quale è stata creata”(CEI, Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia, n.35). Crediamo che questa testimonianza dei laici cristiani sia una parola decisiva di cui oggi la Chiesa ha bisogno per rendere interessante il messaggio del Vangelo e per farne intuire l’originalità e il fascino. Se la Chiesa saprà parlare alle donne e agli uomini di questo tempo, sarà per la forza con cui attraverso la vita mostrerà la bellezza del Vangelo e la sua capacità di interpretare le domande profonde di ogni persona. Attraverso questa meta, l’AC intende essere fedele alla sua scelta religiosa e al tempo stesso alla sua scelta missionaria (Progetto Formativo, Perchè sia formato Cristo in voi,  cap. 4).

L’AC è nata per evangelizzare (Statuto, art. 3): l’annuncio di Cristo come l’unico Salvatore del mondo è il “pensiero fisso” che anima la sua preghiera, motiva la sua azione, qualifica la sua formazione; e come un tempo si è fatta carico della cura della fede di quanti avevano compiuto una scelta di vita cristiana, oggi essa intende farsi carico della non fede,o della fede incerta, di tanti (Progetto Formativo, Perchè sia formato Cristo in voi,  cap. 5).

  1. Discepoli – Missionari (Orientamenti per il Triennio 2017-2020)

L’Azione Cattolica desidera oggi ancor di più essere per i tutti i suoi soci esperienza di discepoli-missionari, persone che sanno che la gioia della sequela del Signore va condivisa, le meraviglie che solo Lui compie nelle nostre storie vanno raccontate. Siamo convinti, perché ne facciamo esperienza, che la missione nasce solo da un cuore convertito e che si pone in ascolto vero del Signore della vita. Desideriamo innanzitutto vivere la nostra missione nel riconfermare la scelta educativa di essere accanto ad ogni uomo e donna per sostenerlo nel cammino e accompagnarne i passi, stando in mezzo alla gente, dando il nostro contributo nel mondo sociale, politico ed economico, come laici che incarnano il Vangelo nel mondo inculturandolo.

Il “Discepolato” nell’Evangelii Gaudium

  • Tutti siamo discepoli

Certamente tutti noi siamo chiamati a crescere come evangelizzatori. Al tempo stesso ci adoperiamo per una migliore formazione, un approfondimento del nostro amore e una più chiara testimonianza del Vangelo. In questo senso, tutti dobbiamo lasciare che gli altri ci evangelizzino costantemente; questo però non significa che dobbiamo rinunciare alla missione evangelizzatrice, ma piuttosto trovare il modo di comunicare Gesù che corrisponda alla situazione in cui ci troviamo. In ogni caso, tutti siamo chiamati ad offrire agli altri la testimonianza esplicita dell’amore salvifico del Signore, che al di là delle nostre imperfezioni ci offre la sua vicinanza, la sua Parola, la sua forza, e dà senso alla nostra vita. Il tuo cuore sa che la vita non è la stessa senza di Lui, dunque quello che hai scoperto, quello che ti aiuta a vivere e che ti dà speranza, quello è ciò che devi comunicare agli altri. La nostra imperfezione non dev’essere una scusa; al contrario, la missione è uno stimolo costante per non adagiarsi nella mediocrità e per continuare a crescere. La testimonianza di fede che ogni cristiano è chiamato ad offrire, implica affermare come san Paolo: «Non ho certo raggiunto la mèta, non sono arrivato alla perfezione; ma mi sforzo di correre per conquistarla … corro verso la mèta» (Fil 3,12-13). (Evangelii Gaudium, n. 121)

  • L’incontro personale con l’amore di Gesù che ci salva

La prima motivazione per evangelizzare è l’amore di Gesù che abbiamo ricevuto, l’esperienza di essere salvati da Lui che ci spinge ad amarlo sempre di più. Però, che amore è quello che non sente la necessità di parlare della persona amata, di presentarla, di farla conoscere? Se non proviamo l’intenso desiderio di comunicarlo, abbiamo bisogno di soffermarci in preghiera per chiedere a Lui che torni ad affascinarci. Abbiamo bisogno d’implorare ogni giorno, di chiedere la sua grazia perché apra il nostro cuore freddo e scuota la nostra vita tiepida e superficiale. Posti dinanzi a Lui con il cuore aperto, lasciando che Lui ci contempli, riconosciamo questo sguardo d’amore che scoprì Natanaele il giorno in cui Gesù si fece presente e gli disse: «Io ti ho visto quando eri sotto l’albero di fichi» (Gv 1,48). Che dolce è stare davanti a un crocifisso, o in ginocchio davanti al Santissimo, e semplicemente essere davanti ai suoi occhi! Quanto bene ci fa lasciare che Egli torni a toccare la nostra esistenza e ci lanci a comunicare la sua nuova vita! Dunque, ciò che succede è che, in definitiva, «quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunciamo» (1 Gv 1,3). La migliore motivazione per decidersi a comunicare il Vangelo è contemplarlo con amore, è sostare sulle sue pagine e leggerlo con il cuore. Se lo accostiamo in questo modo, la sua bellezza ci stupisce, torna ogni volta ad affascinarci. Perciò è urgente ricuperare uno spirito contemplativo, che ci permetta di riscoprire ogni giorno che siamo depositari di un bene che umanizza, che aiuta a condurre una vita nuova. Non c’è niente di meglio da trasmettere agli altri (Evangelii Gaudium, n. 264)

  • Prendere l’iniziativa, coinvolgersi, accompagnare, fruttificare e festeggiare

La Chiesa “in uscita” è la comunità di discepoli missionari che prendono l’iniziativa, che si coinvolgono, che accompagnano, che fruttificano e festeggiano. “Prendere l’iniziativa”: vogliate scusarmi per questo neologismo. La comunità evangelizzatrice sa fare il primo passo, sa prendere l’iniziativa senza paura, andare incontro, cercare i lontani e arrivare agli incroci delle strade per invitare gli esclusi. Osiamo un po’ di più di prendere l’iniziativa! La comunità evangelizzatrice si mette mediante opere e gesti nella vita quotidiana degli altri, accorcia le distanze, si abbassa fino all’umiliazione se è necessario, e assume la vita umana, toccando la carne sofferente di Cristo nel popolo. Gli evangelizzatori hanno così “odore di pecore” e queste ascoltano la loro voce.

Quindi, la comunità evangelizzatrice si dispone ad “accompagnare”. Accompagna l’umanità in tutti i suoi processi, per quanto duri e prolungati possano essere. Conosce le lunghe attese e la sopportazione apostolica. L’evangelizzazione usa molta pazienza, ed evita di non tenere conto dei limiti.

Fedele al dono del Signore, sa anche “fruttificare”. La comunità evangelizzatrice è sempre attenta ai frutti, perché il Signore la vuole feconda. Si prende cura del grano e non perde la pace a causa della zizzania. Il seminatore, quando vede spuntare la zizzania in mezzo al grano, non ha reazioni lamentose né allarmiste. Trova il modo per far sì che la Parola si incarni in una situazione concreta e dia frutti di vita nuova, benché apparentemente siano imperfetti o incompiuti.

Infine, la comunità evangelizzatrice gioiosa sa sempre “festeggiare”. Celebra e festeggia ogni piccola vittoria, ogni passo avanti nell’evangelizzazione. L’evangelizzazione gioiosa si fa bellezza nella Liturgia in mezzo all’esigenza quotidiana di far progredire il bene. La Chiesa evangelizza e si evangelizza con la bellezza della Liturgia, la quale è anche celebrazione dell’attività evangelizzatrice e fonte di un rinnovato impulso a donarsi (Evangelii Gaudium, n. 24)

  • Tutti siamo discepoli missionari

In virtù del Battesimo ricevuto, ogni membro del Popolo di Dio è diventato discepolo missionario (cfr Mt 28,19). Questa convinzione si trasforma in un appello diretto ad ogni cristiano, perché nessuno rinunci al proprio impegno di evangelizzazione, dal momento che, se uno ha realmente fatto esperienza dell’amore di Dio che lo salva. Ogni cristiano è missionario nella misura in cui si è incontrato con l’amore di Dio in Cristo Gesù; non diciamo più che siamo “discepoli” e “missionari”, ma che siamo sempre “discepoli-missionari”. Se non siamo convinti, guardiamo ai primi discepoli, che immediatamente dopo aver conosciuto lo sguardo di Gesù, andavano a proclamarlo pieni di gioia: «Abbiamo incontrato il Messia» (Gv 1,41). La samaritana, non appena terminato il suo dialogo con Gesù, divenne missionaria, e molti samaritani credettero in Gesù «per la parola della donna» (Gv 4,39). Anche san Paolo, a partire dal suo incontro con Gesù Cristo, «subito annunciava che Gesù è il figlio di Dio» (At 9,20) (Evangelii Gaudium, n. 120)

  • E noi che cosa aspettiamo?
  • Ma come è possibile riuscire con le nostre forze ad amare Cristo al di sopra di tutti e di tutto?
  • Come è possibile amare tutti in Cristo e Cristo in tutti?
  • C’è qualcosa che ti impedisce di ascoltare con libertà il Signore, di fidarti?
  • Quali sono le “croci” che non riesci ad accogliere e che ti impediscono di camminare con libertà?
  • Qual è la testimonianza che oggi ti chiede il Signore e di cui il mondo ha bisogno?
  • Come è vissuta la missionarietà nella tua comunità/associazione?
  • Quale contributo può offrire l’associazione per far crescere tutti nella dimensione missionaria?
  • Come suscitare nei ragazzi, giovani e adulti quelle domande che fanno emergere l’interrogativo più vivo che riguarda la pienezza della propria vita e il suo senso?
  • Come far emergere quella esigenza di felicità autentica che è l’anima di un cammino di fede?

 Antonio Izzo
(Coordinatore Laboratorio della Formazione AC Diocesi di Pozzuoli)

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Laboratorio: Laici capaci di discernimento personale e comunitario (Campo Unitario di AC, 2017)

  1. La spiegazione del termine

L’etimologia (dis– separare e cernere scegliere) suggerisce il metodo del discernimento: si tratta di considerare tutti i termini di una questione, per operare serenamente e liberamente una scelta giusta. Il discernimento pastorale, dunque, è un percorso che si svolge attraverso il dialogo, in un clima di fede e di preghiera, tra il pastore e il fedele, quando è personale, e all’interno della comunità, quando è comunitario. Il suo obiettivo è una leale ed equilibrata comprensione della propria realtà da parte del fedele, per crescere nel bene e maturare nella vita cristiana. Pertanto, non è il pastore a dover indicare o suggerire soluzioni, ma è il fedele stesso a orientarsi per prendere una decisione cosciente e responsabile, coerente con le esigenze del Vangelo custodite dalla Chiesa.

 

  1. Concilio Vaticano II

Secondo il Concilio Vaticano II la Chiesa per essere fedele alla sua missione deve “scrutare i segni dei tempi e interpretarli alla luce del Vangelo”, è un “dovere permanente della Chiesa” (GS 4). Questi non sono solo i segni distintivi di una epoca, ma anche “veri segni della presenza dei disegni di Dio” in essa e per essa in modo che siano orientati “verso soluzioni pienamente umane” (GS11) per la edificazione delle società. La dottrina sociale della Chiesa fa questo. Il metodo “vedere, giudicare, agire” praticato dalle Conferenze generali dell’episcopato latinoamericano di Medellín, Puebla e Aparecida parte da questo sguardo. Quindi in questo senso la Chiesa accompagna a maturare un discernimento che penetra e illumina i processi delle contingenze storiche e delle convivenze storico – sociali, in un atteggiamento di offerta alieno da competizioni e da scontri di carattere ideologico».

  1. Le due Esortazioni apostoliche di papa Francesco(EG; AL)

 

Nelle due Esortazioni apostoliche di papa Francesco il tema del discernimento occupa un posto centrale, che merita di essere considerato attentamente.

Gli elementi fondativi del discernimento, dal punto di vista ecclesiologico, si trovano in Evangelii gaudium; la sua declinazione pastorale, nella prospettiva della teologia morale, è reperibile in Amoris laetitia.

 

Discernimento è un termine ricorrente nella tradizione cristiana, specialmente nella teologia morale e nella spiritualità. La prima importante indicazione sul discernimento viene da Gesù stesso, che invita le persone a pensare con la propria testa, e a decidersi per il regno di Dio: “come mai questo tempo non sapete giudicarlo? E perché non giudicate da voi stessi ciò che è giusto?” (Lc 12,56-57); “non giudicate secondo le apparenze, ma giudicate con giusto giudizio” (Gv7,24). San Paolo così sintetizza il processo che regola l’esistenza cristiana: “esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono” (1Ts 5,21), e San Giovanni raccomanda: “Carissimi, non prestate fede a ogni ispirazione, ma mettete alla prova le ispirazioni, per saggiare se provengono veramente da Dio” (1Gv 4,1). La Chiesa non fa altro che avanzare sulla stessa strada: la vita del credente necessita di quella sapienza che lo Spirito santo dona a chi si pone in ascolto della voce di Dio.

 

Anche l’Evangelii gaudium è in questa direzione? 

La Evangelii gaudium è il frutto di una lettura dei segni dei tempi alla luce del Vangelo, quindi di un discernimento spirituale ecclesiale e insieme storico-sociale. Lì si affronta alla radice il problema della Chiesa e del mondo attuale minati dall’accidia, dall’autorenzialità, dall’inerzia del cuore, dalla violenza, dalla nausea, che porta alla tristezza, alla chiusura e all’isolamento nellaconvivenza sociale. All’urgenza del momento e alla crisi nella Chiesa essa risponde con il Vangelo stesso, con la conversione al Vangelo. (EG11). Un rinnovamento che comporta un uscita da sé. Quando diciamo che la Chiesa è missionariaper natura stiamo precisamente dicendo questo: che fu istituita affinché uscisse costantemente da sé stessa verso il servizio, il dialogo, l’offerta, la missione. La metafisica, che cerca di spiegare ciò che vi è di più profondo nella realtà, ci insegna che il bene stesso è diffusivo e che ciò che è buono tende sempre a comunicarsi. Se la realtà creata da Dio funziona così, se il dinamismo della grazia è il dinamismo dell’uscita, allora l’unico modo di mantenersi vivi, di crescere e di rinnovarsi rimanendo fedeli è uscire da noi stessi nella missione».

  • L’esercizio della sinodalità

 

“Penso che anche sulla sinodalità l’Ac abbia un vocabolario ben collaudato, perché l’associazione è retta da uno stile che è sinodale, in fondo. Quella che chiamiamo ‘democrazia’ in realtà è esercizio concreto della sinodalità della Chiesa. Anche in questo l’Ac credo che possa fare scuola, visto che gli organismi di partecipazione non sono ancora decollati… anzi, sono ‘de-collati’ perché non hanno respiro: segno che manca una scuola, una palestra di sinodalità. Dicevi che la Chiesa è popolo di Dio: sì, Corpo di Cristo che si manifesta come popolo di Dio in cammino, questo è il nome della Chiesa. Quando partecipo alle processioni, mi piace fermarmi, voltarmi e guardare la Chiesa, Corpo di Cristo che si manifesta come popolo di Dio in cammino”. (mons. Gualtiero Sigismondi)

 

  • Il discernimento evangelico: sì, sì; no, no

La visione di “una Chiesa in uscita” (cfr. EG, 20-24), presente nella prima Esortazione apostolica di papa Francesco, è sostenuta da una chiara priorità: la Chiesa di cui parla è il Popolo di Dio, che si articola in varie strutture, tutte chiamate ad una effettiva e permanente conversione, al fine di lasciarsi trasformare dall’amicizia del suo Signore, che la attira entro la propria dimensione esodale (cfr. EG, 27). Di conseguenza, il dinamismo missionario costitutivo dell’essenza ecclesiale comporta la costante ricerca delle strade sulle quali lo Spirito conduce i credenti in Cristo: è qui che si è chiamati a discernere, per saper scegliere con il cuore aperto allo Spirito santo e ai fratelli

Ciò che qui il papa intende offrire va “nella linea di un discernimento evangelico. È lo sguardo del discepolo missionario” (EG, 50), obbediente al comando di Gesù: “Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno” (Mt 5,37). L’autentico discernimento si concretizza perciò nel coraggio di dire: “no a un’economia dell’esclusione” (EG, 53-54), “no alla nuova idolatria del denaro” (EG, 55-56), “no a un denaro che governa invece di servire” (EG, 57-58), “no all’inequità che genera violenza” (EG, 59-60), “no all’accidia egoista” (EG, 81-83), “no al pessimismo sterile” (EG, 84-86), “no alla mondanità spirituale” (EG, 93-97), “no alla guerra tra di noi” (EG, 98-101). Per essere invece capaci di dire: “sì alla sfida di una spiritualità missionaria” (EG, 78-80), “sì alle relazioni nuove generate da Gesù Cristo” (EG, 87-92).

 

  1. Discernimento nel Progetto Formativo

 

Alla luce della Parola, alla presenza di Dio, è possibile guardare alla propria vita e alle scelte che essa ci chiede con libertà, con quell’eserciziodi discernimento che è riconoscere l’azione di Dio nella vita,dare un senso a quanto accade a partire dal suo amore, scegliere nella sua luce. E’ interessante notare come il tema del discernimento sia inserito nel Cap. 4 dal titolo “Nel mondo, non del mondo“. E’ lo stesso capitolo dove vengono trattati i seguenti temi:

  • Formare coscienze laicali per l’oggi attraverso gli obiettivi dell’interiorità, della fraternità, della responsabilità e dell’ecclesialità
  • Elaborare una propria Regola di vita che assuma caratteristiche tipiche dalla vita laicale: quella dell’essenzialità, per poter dire l’essenziale della fede nella molteplicità delle situazioni della vita; quella della flessibilità, cioè dell’adattamento possibile alle situazioni diverse, nel permanere di alcune costanti di fondo; quella della personalizzazione, per cui ogni persona, e più volte nel corso della vita, riadatta la regola con le sue esigenze concrete all’evolvere e al crescere della propria esperienza di vita cristiana.

5. Laici nella Chiesa e nel mondo.

Ho riflettuto molto in questo periodo, dalla mia nomina in Ac, alla “scelta religiosa” e mi sono soffermato sulle parole del Vangelo: “Siate sale della terra e luce del mondo”. Qui mi pare risieda il profilo e il ruolo del laicato. Il sale si scioglie, non si vede, ma se manca, il cibo perde sapore. Così è per la lampada: non va nascosta ma posta in alto perché possa far luce. A questo proposito sento una forte sintonia con Papa Benedetto che richiamava i laici a vivere la fede non come un abito da vestire in privato. E, ugualmente, Paolo VI invitava a essere presenti da laici nella Chiesa e da cristiani nel mondo, quindi con una vocazione primaria alla famiglia, al lavoro, alla società (si pensi alla “Evangelii nuntiandi” più volte richiamata da Francesco). Lo stesso Papa Bergoglio insiste sul fatto che i cristiani laici non devono fermarsi nelle sacrestie. Ecco, a me piace dire che il laicato deve uscire dall’ombra del campanile per andare a suonare i campanelli delle case.
Non è più tempo di una pastorale a pioggia, ma piuttosto di una pastorale “a goccia”. Occorre avere dunque un’attenzione alla singola persona, alle esigenze del fratello, alla sua vita. E, ugualmente, al mondo che ci circonda (Mons. Gualtiero Sigismondi, Assistente Generale)

Preghiamo insieme:

Donaci Signore,

di raccontare

con la parola e con la vita

La Tua storia

nella nostra storia:

sarà questa la nostra professione di fede,

che scriverà

nelle opere e nei giorni

della nostra vicenda,

la vivente sequenza

del Tuo santo evangelo.

Amen! Alleluia!

Antonio Izzo
(Coordinatore Laboratorio della Formazione AC Diocesi di Pozzuoli)

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Laboratorio: Laici capaci di vivere una vita spirituale radicata dentro il mondo (Campo Unitario di AC, 2017)

 

La spiegazione dei termini (vita interiore e vita spirituale)

Uno degli elementi più distintivi della spiritualità cristiana è sempre stata l’attenzione alla dimensione dell’interiorità: la santità non consiste in un insieme di prestazioni, fossero pure buone, sante o eroiche, ma si colloca sul piano dell’ essere e tende alla conformazione a Cristo dell’intera persona. Questo significa che la sequela di Cristo esige che l‘umano non venga mai disgiunto dallo spirituale e che al movimento di conoscenza del Signore si accompagni sempre il parallelo movimento di conoscenza di sé. È questo un tema che traversa tutta la tradizione cristiana la quale non ha esitato a riprendere e riformulare nei termini suoi propri l’iscrizione posta sul frontone del tempio di Apollo a Delfi: «Conosci te stesso». Così Origene, Basilio di Cesarea, Gregorio di Nissa, Gregorio Nazianzeno, Ambrogio, Agostino, Gregorio Magno, e Bernardo, i padri Certosini hanno ripreso e approfondito il senso di questo movimento essenziale all’uomo per umanizzarsi e al cristiano per iniziare autenticamente la propria sequela Christi (il rinnegamento di sé chiesto da Cristo deve poter essere attuato in libertà e per amore, e questo comporta la conoscenza di sé). Senza vita interiore, senza sforzo di conoscenza di sé, non sarà possibile una vita spirituale cristiana e neppure la preghiera. L’interiorità viene intesa come obiettivo e cammino per giungere ad una piena umanità.

Non si dà vita cristiana senza vita spirituale. L’esperienza spirituale è anzitutto esperienza di essere preceduti: è Dio che ci precede, ci cerca, ci chiama, ci previene. Noi non inventiamo il Dio con cui vogliamo entrare in relazione: Egli è già là. E l’esperienza di Dio è necessariamente mediata dal Cristo: “nessuno viene al Padre se non per mezzo di me” dice Gesù (Giovanni 14,6). Cioè l’esperienza spirituale è anche esperienza filiale. Lo Spirito santo è la luce con cui Dio ci previene e orienta il nostro cammino verso la santificazione, cammino che è sequela del Figlio: l’esperienza spirituale diviene così null’altro che la risposta di fede, speranza e carità al Dio Padre che nel battesimo rivolge all’uomo la parola costitutiva: “Tu sei mio figlio“. Sì, figli nel Figlio Gesù Cristo: questa la promessa e questo il cammino dischiusi dal battesimo. Come diceva Ireneo di Lione, lo Spirito e il Figlio sono come le due mani con cui Dio plasma le nostre esistenze in vite di libertà nell’obbedienza, in eventi di relazione e di comunione con Lui stesso e con gli altri.

La vita spirituale si svolge nel “cuore“, nell’intimo dell’uomo, nella sede del volere e del decidere, nell’interiorità. È lì che va riconosciuta l’autenticità del nostro essere cristiani. Fine della vita spirituale è la nostra partecipazione alla vita divina, è quella che i Padri della chiesa chiamavano “divinizzazione“. “Dio, infatti, si è fatto uomo affinché l’uomo diventi Dio“, scrive Gregorio di Nazianzo, e Massimo il Confessore sintetizza in modo sublime: “Quand’è che tu diventi Dio? Quando sarai capace, come Cristo in croce, di dire: “Padre, perdona loro”, anzi: “Padre, per loro io do la vita“. A questo ci trascina la vita spirituale, cioè la vita radicata nella fede del Dio Padre creatore, mossa e orientata dallo Spirito santificatore, innestata nel Figlio redentore che ci insegna ad amare come lui stesso ha amato noi. Ed è lì che noi misuriamo la nostra crescita alla statura di Cristo.

 

Cominciamo a camminare…

  1. Aprirsi alla vita interiore

Platone scrive: “Non conduce una vita umana chi non si interroga su di sè”. Chi sono? E’ questa domanda fondamentale che ti apre alla vita interiore; cioè al lavoro di chi prende sul serio la propria unicità, di chi assume la propria identità: tu non sei chiamato ad imitare altri, in particolare chi ti appare più “riuscito”, chi “ha successo”, chi ha maggiore “visibilità”, ma essere te stesso. Non si un replicante, un clone di altri, ma possiedi una unicità che chiede di essere ascoltata e realizzata. La vita interiore esige coraggio. E’ come iniziare un viaggio in profondità, non fuori di te ma in te. Coraggio che non è solo quello di interrogarsi, ma anche quello di lasciarti interrogare, di assumere gli eventi della vita come domande che ti sono rivolte: la malattia di una persona cara, la morte di un amico, le nozze di un conoscente, una nascita che ha allietato una coppia amica…

  1. Camminare verso l’armonia della propria vita

La vita di Gesù è stata una vita estremamente umana, la sua, una vita assunta per amore e nella libertà da chi, essendo Dio, si è fatto uomo, condividendo realmente e quotidianamente la tua vita. Questa vita buona, bella e felice può divenire per te l’esempi grazie al quale puoi riconciliarti con la tua esistenza e imparare a viver giorno per giorno in pienezza.

  1. La ricerca di Dio

Il desiderio di Dio posto nel cuore dell’uomo, è inestinguibile. Agostino ha saputo dirlo come pochi altri: “Ci hai fatti per te, signore, e il nostro cuore è inquieto fino a quando non riposa in te“. La questione di Dio è inscritta nell’uomo, nelle domande che si pone sul senso della sua vita e del mondo. La ricerca di Dio e la ricerca dell’uomo sono intimamente legate. Il clima culturale attuale fa di tutto per svuotare questa ricerca di Dio: l’uomo di oggi è non solo senza Dio, ma anche senza l’uomo.

La ricerca di Dio deve essere anche una ricerca e un approfondimento dell’umano, una capacità di far risorgere l’umanità dell’uomo, perché l’uomo divenga umano. Il Dio rivelato dalle Scritture non ha altro luogo in cui venire cercato se non nell’umanità. Non dimentichiamo che non si possiede mai Dio, anche quando lo si conosce: “se pensi di averlo compreso, (scrive Agostino), non è Dio“. La dimensione della ricerca custodisce la distanza tra chi cerca e l’Essere cercato. Il Dio che si cerca infatti non è oggetto, ma un soggetto, perché lui per primo ha cercato, chiamato e amato gli esseri umani, suscitando il nostro desiderio di lui

 

  1. Imparare a pregare – Dai del “Tu” a Dio

La preghiera cristiana non è far delle cose, dire delle parole, che producono automaticamente degli effetti sulla mente o sul corpo, ma è accoglienza di un’azione che Dio, attraverso le energie dello Spirito Santo, compie nel credente: è lo Spirito Santo che nella preghiera compie un’opera di trasfigurazione del cristiano. La preghiera cristiana non promette un esito terapeutico, ma tende all’incontro con Dio, a discernere la sua presenza nella vita quotidiana, a contemplare persone ed eventi con il suo sguardo. La preghiera è un cammino di costante purificazione di quelle immagini di Dio che sono “opera delle mani dell’uomo” (Sal 115,41); è presa di distanza tra la domanda e il suo esaudimento, tra l’attesa e la realizzazione; è conversione del tuo desiderio che non chiede a Dio: fà la mia volontà, ma sia fatta la tua volontà. Pregare comporta anche di donare del tuo tempo a Dio, dedicargli momenti preziosi della tua vita, collegare il tuo “qui” ed “ora” con l’eternità

  1. Pratica la Lectio divina

Apprezzare le dimensioni interiori della vita dà pienezza all’esistenza. Al tempo stesso, custodire l’interiorità è esercizio necessario per giungere ad una piena umanità. Solo nel silenzio si apre lo spazio dell’ascolto: prima di tutto quello della vita, che sembra muta quando è soffocata dalle parole e parla solo quando riusciamo a dare un senso ai fatti di cui essa è piena. L’ascolto che più di altri costruisce la nostra vita è quello della Parola di Dio: in questo dialogo il Signore ci si rivela Padre e Maestro, Amico e Fratello. Qualunque sia il metodo che utilizziamo per vivere questo incontro con il Signore, è importante che ognuno di noi abbia con la Parola il suo appuntamento quotidiano: le letture della Messa domenicale, la liturgia del giorno, la lettura continua di un Vangelo o di un libro della Bibbia. L’ascolto della Parola suscita la preghiera ed educa ad essa.  Impariamo a pregare dalla Chiesa e dalla sua liturgia: quella della domenica; quella che scandisce il tempo nell’anno liturgico; quella dei salmi. Alla luce della Parola, alla presenza di Dio, è possibile guardare alla propria vita e alle scelte che essa ci chiede con libertà, con quell’esercizio di discernimento che è riconoscere l’azione di Dio nella vita, dare un senso a quanto accade a partire dal suo amore, scegliere nella sua luce.

 

  1. Coltivare l’umiltà

L’incontro con Dio avviene solo nell’umiltà. E qui devi intender bene: l’umiltà di Dio, innanzitutto, perchè, come diceva Francesco d’Assisi, Dio è umiltà e sempre si abbassa quando parla con noi, e in secondo luogo l’umiltà dell’uomo che prega. L’umiltà è la coraggiosa conoscenza di te stesso davanti a Dio. L’umiltà è la ferita inferta al proprio narcisismo, che ci riporta a ciò che siamo in realtà, alla nostra creaturalità. L’umiltà è la condizione in cui veramente ci posiamo aprire alla carità.

  1. Prega per il mondo

La parola preghiera deriva da una radice che ha forgiato anche il termine “precarietà“. Ti rivolgi allora a Dio non per invocare soluzioni magiche nè per sentirti dispensato dall’impegno o sottratto alla responsabilità, ma perché la fede nel Signore della storia ci spinge ad intercedere. Intercedere significa fare un passo tra due parti, collocarsi tra due realtà; introdurre in una situazione negativa degli elementi capaci di trasformarla. L’intercessione indica il prendere sul serio la relazione con Dio e con gli uomini. Questo implica il divenire solidali con coloro che si trovano nel bisogno, recando, da dentro, l’aiuto possibile.

La preghiera è una componente essenziale della storia, perché il grido dei poveri e delle vittime, che sale a Dio, non va perso. Ritenere la preghiera un’evasione dalla storia è ignorare l’attesa, la speranza. Sì, pur se le apparenze sembrano contraddirlo, la preghiera, dialogo con Dio che salva, salverà il mondo.

 

  1. Lascia che la preghiera cambi la tua vita

Dietrich Bonhoeffer, rinchiuso nel carcere berlinese della Gestapo, affermava: “Il nostro essere cristiani oggi consisterà solo in due cose: nel pregare e nell’operare ciò che è giusto tra gli uomini” Come si verifica? Quando preghi, ti metti davanti a Dio e stai con lui, per dire te stesso, ma anche per dire gli altri e il mondo. E così “ti ricevi” da Dio, come di nuovo, e scopri anche gli altri e il mondo sotto una luce nuova. L’efficacia della preghiera consiste nel trasformare chi prega, nel convertire il suo cuore e affinare l’immagine di Dio che è in lui. Ed esiste un’unica immagine del Dio invisibile che il credente è chiamato a realizzare nella sua esistenza: Gesù Cristo. L’etica a cui la preghiera tende è la conformazione della vita dei cristiani a quella di Cristo.

 

Preghiamo insieme:

Tu sei l’unico fondamento del nostro agire, Gesù Signore, dio nostro; senza di te nulla ci è possibile, soltanto con te potremo affiancarci ad altri con rispetto e discrezione e sperimentare la cura educativa di quanti ci affidi. Aiutaci a costruire un’esistenza buona per noi e per chi incontriamo nelle nostre famiglie, nelle nostre città, nelle nostre scuole e nelle nostre comunità. Non farci mancare il confronto quotidiano con la tua Parola anche dentro i nostri ritmi complicati, nella fretta di ogni giorno, nella fatica  di vedere quanta distanza esiste tra i nostri desideri e ciò che di bene riusciamo a realizzare. Collaboratori all’opera del tuo Regno ci affidiamo a te, perché quel poco che facciamo sia trasformato dal tuo Spirito nel miracolo di amore che moltiplica il bene per tutti. Amen! Alleluia!

 

Antonio Izzo
(Coordinatore Laboratorio della Formazione AC Diocesi di Pozzuoli)

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Lectio divina su Mt- 4,1-11 “Le tentazioni di Gesù”

INVOCAZIONE

Spirito Santo “visita le nostre menti”

perché nella nostra mente spesso proliferano molti pensieri

che ci fanno sentire in balia del frastuono di tante voci.

Fuoco d’amore purifica anche i nostri sensi e il cuore

perché siano docili e disponibili alla voce della tua Parola.

Fà luce in noi  perché i nostri sensi, purificati da te,

siano in grado di entrare in dialogo con te.

Se il fuoco del tuo Amore divampa nel nostro cuore,

al di là delle nostre aridità, può dilagare la vita vera,

che è pienezza di gioia.

Riempici di Te, Padre Creatore. Riempici di Te, Figlio Salvatore.

Riempici di te, Spirito d’Amore. Riempici di Te…

 Dal Vangelo secondo Matteo (4,1-11)

1 Allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. 2 Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. 3 Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di´ che queste pietre diventino pane». 4 Ma egli rispose: «Sta scritto: Non di solo pane vivrà l´uomo,ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio».5 Allora il diavolo lo portò nella città santa, lo pose sul punto più alto del tempio 6 e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gettati giù; sta scritto infatti: Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle lo ro maniperché il tuo piede non inciampi in una pietra». 7 Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: Non metterai alla prova il Signore Dio tuo».8 Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria 9 e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai». 10 Allora Gesù gli rispose: «Vattene, Satana! Sta scritto infatti: Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto». 11 Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco, degli angeli gli si avvicinarono e lo servivano.

Contesto

Durante quarant´anni il popolo, uscito dall´Egitto, vagò per il deserto e lì soffrì molte tentazioni e cadde nell´infedeltà a Dio. Le tre tentazioni di Gesù: il pane, il prodigio e il potere sono le stesse, che soffrì il popolo nell´Esodo. Ebbero fame e Dio mandò loro la manna; chiesero un miracolo e Mosè colpì la roccia ed uscì l´acqua; adorarono un idolo d´oro dicendo che quello era il loro liberatore.

In Gesù nasce un popolo nuovo, che cammina verso la liberazione. Non si tratta di vincere le nostre tentazioni: ogni giorno ci sentiamo sconfitti. Si tratta di sentirci vincitori in Gesù. Il cristiano non è colui che fa tutto bene, ma è colui che, sebbene peccatore, si sforza per seguire Gesù.

Tre volte si dice «Se sei Figlio di Dio…». Il diavolo chiede a Gesù che faccia uso della sua condizione di Figlio perché Dio si metta al suo servizio. Gesù è il Figlio di Dio obbediente e non pieno di potere: per lui essere Figlio è compiere con la volontà del Padre.

MEDITATIO

Le tentazioni sono state interpretate come una sorta di vangelo in miniatura. Naturalmente “capovolto”. Non a caso al centro non ci sono – come si potrebbe immaginare – chissà quali seduzioni o provocazioni, ma paradossalmente in tutte e tre c’è di mezzo la Parola all’interno di una concreta situazione vitale. Il tentatore usa la Parola come pre-testo, mentre Gesù puntualmente la ripropone nel suo significato autentico. E tutto questo non per una maggiore abilità esegetica, ma per la sua dedizione assoluta alla causa del Regno. A guardare con attenzione, le tre tentazioni sono in realtà la medesima, perché mettono in gioco sempre il rapporto dell’uomo con Dio, costringendo ad una presa di posizione da cui non si può sfuggire. In un certo senso funzionano dunque come una sorta di “prova del 9” per verificare la consistenza della nostra fede, così come per il Maestro furono l’occasione per decifrare il senso del suo messianismo. Senza verifica, d’altra parte, non c’è autenticità e soprattutto non si può dare per acquisito quello che non è stato provato. “Credere di credere” non è ancora credere!

“Di’ a questa pietra che diventi pane”. La prima perversione della fede (e della vita) è la delusione. Si tratta di quel sottile senso di insoddisfazione perché i conti non tornano rispetto a quello che si sarebbe pensato. E si cerca una via di fuga eccezionale. In concreto, il diavolo parte da un bisogno naturale(la fame) per soddisfare il quale si dovrebbe far ricorso al miracolo. Gesù certo moltiplicherà anche il pane, cioè non si disinteresserà dei bisogni naturali primari, ma senza ridurre l’umano alla sola sfera biologica. L’uomo non è semplicemente “ciò che mangia”. Egli sa che “non di solo pane vive l’uomo” e proprio la nostra generazione “gaudente e disperata” (Benedetto XVI) ne è una prova patetica. Solo con il pane non si sogna più e si resta inebetiti e privi di slancio. È la tentazione ricorrente di un mondo che approccia i problemi esclusivamente sotto un profilo materialistico e puntualmente resta disilluso perché non riesce a risolvere le grandi questioni macro-economiche (ancora si muore di fame) e anche quando vive in un sistema di Welfare scopre che sotto cova un profondo malessere. Dare il pane è necessario, ma non è tutto.

“Ti darò tutta questa potenza… se ti prostri dinanzi a me, tutto sarà tuo”. La seconda perversione della fede (e della vita) è la presunzione. Gesù rifiuta un messianismo che cavalchi il potere politico e seduca con lo sfavillio – a volte elegante a volte pacchiano – della forza. Presumere di conquistare gli altri è tentazione ricorrente specie oggi nella società dell’apparenza, ma resta vero che si tratta di una ingenuità. Nessuno dura a lungo in questa menzogna e comunque l’unica forza che convince è quella dell’amore, a mani nude. Per il Maestro questo vorrà dire non servirsi di Dio, ma servire unicamente a Lui: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”. Anche la chiesa di oggi, nel bel mezzo di una crisi che non si fatica a definire epocale, potrebbe correre il rischio di inseguire la gente che sembra andare altrove con mezzi che non siano esclusivamente quelli spirituali. Sarebbe una fatale presunzione che allontanerebbe essa stessa dalla strada della vita. Si tratta di ritrovare dinanzi alla paura dell’insignificanza, la sola certezza che ci guida e cioè l’insolenza della fede, cioè una fede che – come dice la parola (in-solens) – sia non solita, cioè essenziale, liberata dall’abitudine, radicale. Insomma centrata soltanto su Dio.

“Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù di qui”. L’ultima tentazione è quella dell’esenzione ed è collocata a Gerusalemme. Sarà lì che Gesù vivrà la prova delle prove: la morte in croce. E anche in questo caso il Maestro resiste con un drastico: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”. Non scenderà dalla croce nell’ora tragica, né eviterà lo scontro finale inventandosi un’altra vita impossibile, ma semplicemente si abbandonerà fiducioso in Dio. La fede non è infatti mettere Dio alla prova; non è fare domande a Lui, ma lasciarsi inquietare da Lui; non è chiedere conto, ma rendere conto; non è cercare i doni di Dio, ma Dio soltanto.

GRAFFIATI DALLA PAROLA

La pancia piena, una poltrona occupata e non più lasciata, un aspetto vincente che attira su di sé sguardi compiacenti: ecco il piatto proposto come capace di saziare l’uomo affamato e la ricetta suggerita al Figlio di Dio per insegnargli a fare il Suo mestiere (“Se tu sei…”). Soddisfare l’appetito dell’avere, del potere e dell’apparire per cercare di colmare ogni desiderio. Ma può l’uomo vivere solo di questo pane?

CONTEMPLATIO (L’incontro con l’Infinito)

Condividiamo e comunichiamo la nostra fede e le nostre preghiere…

ACTIO (Dalla Parola faccio nascere un impegno concreto per la vita)

Vivrò con gioia e fedeltà gli impegni quaresimali, in particolare qualche sacrificio che sceglierò per diventare forte davanti alla tentazione.

ORATIO (La Preghiera che nasce dal cuore)

In questo tempo di quaresima,

Signore, ci chiami a convertire le nostre vite,

a convertire i nostri cuori perché si volgano a te,

a convertire il nostro essere perché si dia a te.

Per questa conversione dobbiamo rinunciare,

con tutta la nostra volontà,

al peccato che ci assilla e spesso ci seduce,

al nostro egoismo, al nostro orgoglio.

Col tuo potere divino

vieni a strapparci le radici del male;

tu hai vinto, Gesù, Satana e il suo impero:

imprimi questa vittoria profondamente in noi.

Vieni a staccare le catene

che ci tengono legati alle nostre avidità,

e libera l’amore troppo compresso in noi

dai nostri interessi, calcoli e timori.

Vieni a suscitare in noi la generosità

che dona senza contare,

la gioiosa dedizione che mai si lamenta,

l’umile offerta del cuore che si dimentica per piacerti. Amen

Antonio Izzo
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Introduzione agli Esercizi spirituali (Avella, 28/02 – 1/03 2015)

Carissimi, gli Esercizi Spirituali sono un’esperienza forte di Dio, in clima di ascolto della Parola, in ordine ad una conversione che è donazione sempre più totale a Cristo nella Chiesa, nelle circostanze attuali concrete. Il libro del Cantico dei Cantici afferma al cap. 5,2 “Io dormivo, ma il mio cuore vegliava”. Queste parole ci ricordano che la fede, come l’amore, non occupa solo alcune ore dell’esistenza, ma ne è l’anima, il respiro costante. E la preghiera, come dicevano gli antichi, è respirare. Con essa riceviamo l’ossigeno per respirare. Se viviamo in un ambiente di aria viziata, l’esistenza si intristisce, così accade alla preghiera, che ha bisogno di un’atmosfera pura, libera da distrazioni esterne, alonata di silenzio.
Dentro di noi c’è una sorgente molto profonda. E’ in quella sorgente c’è Dio. A volte riusciamo a raggiungerla, più sovente è coperta di pietra e di sabbia : in quel momento Dio è sepolto, bisogna allora disotterarlo di nuovo (Diario di Etty Hillesum, morta ad Auschwitz nel 1943 a soli 29 anni) . Nella preghiera, guida per il credere genuino (G. Ravasi), l’io dell’orante si incontra e dialoga con l’ “Io Sono”… Chi prega conosce Dio e, alla sua luce, conosce se stesso in maniera autentica (L. Wittgenstein).
Questo avviene, in modo particolare, durante gli esercizi spirituali (Yves Congar).
Con il termine di esercizi si intendono il modo di esaminare la coscienza, di meditare, contemplare e pregare con le parole o con la mente e ogni altra attività spirituale. Come il passeggiare, il camminare e il correre costituiscono esercizi fisici, così si chiamano Esercizi Spirituali tutti quei modi di preparare e disporre l’anima, così da scartare da sé tutte le affezioni disordinate, e cercare e trovare la volontà divina nella disposizione della propria vita, per la salvezza dell’anima (S. Ignazio di Loyola).
La preghiera è sempre una sfida a essere radicalmente leali. Ed è allo stesso tempo uno «specchio dell’anima» che permette un accesso diretto e immediato alla vita interiore, alla sensibilità e al modo di pensare. Davanti a Dio non si deve fingere e neanche lo si potrebbe. Anche per questo la preghiera risulta spesso di giovamento (p. Ernesto della Corte, predicatore).
Non perdiamo quindi l’occasione di vivere questo “tempo di grazia” con la giusta disposizione.

Antonio Izzo
(Coordinatore Laboratorio della Formazione AC Diocesi di Pozzuoli)

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Da Laici nella Chiesa
ANDARE con SPERANZA…incontro alle periferie esistenziali della vita

 

• Essere devastati dalla passione di edificare la Chiesa (EG, 49)
• Tentazione degli operatori pastorali (EG, 78 – 83)… al n. 77 il Papa cita un documento dell’AC: tre mali…individualismo, crisi di identità, un calo del fervore, agire come se Dio non esistesse, decidere come sei i poveri non esistessero
• I laici di AC saranno giudicati sulla base della fedeltà a 5 scelte di stile:
a) la costruzione della Chiesa locale: una chiesa più bella, accogliente, attraente (EG, 98)
b) la formazione delle competenze (EG, nn. 164 – 165)
c) l’impegno della carità: stare con…compagnia con chi è solo moralmente, socialmente, materialmente. La scelta della carità sarà il banco di prova di chi intende costruire la comunità ecclesiale e animare cristianamente la società (EG, nn. 197 – 211)
d) la conversione all’impegno civile stile del dialogo con le culture, realtà, persone. costruire delle relazioni non monetizzate, contrattuali, ma di condivisione, solidarietà e partecipazione (EG, 102)
e) la pastorale di ambiente: siccome i laici hanno il compito di cercare il regno di Dio “trattando le cose temporali ordinandole secondo Dio”, si impegneranno ad annunciare il vangelo nei vari ambienti di vita (GS, 1)

Maria, modello ed icona di una Chiesa e di un’AC “serva dei servi” (don Tonino Bello)
cfr. anche EG, nn. 284 – 288)

Icona biblica – Corresponsabili del bene (Mt 14, 13-21; Mc 6, 30-44; Lc 9, 12-17; Gv 6, 1-15)

L’episodio della moltiplicazione dei pani e dei pesci, insiste sull’insostituibile corresponsabilità di ogni cristiano in quell’opera di bene che è l’opzione fondamentale per gli ultimi. Gli inevitabili limiti personali non devono arrivare a nascondere ciò che di grande abbiamo dentro, anzi, saremo utili agli altri nella misura in cui smetteremo di preoccuparci della nostra inadeguatezza. tutto ciò sulla scorta di un convincimento di fondo: essere credenti e testimoni autentici significa condividere con Gesù l’arte dell’incontro.

Signore, sai di essere davvero piccolo
con i piccoli, debole con i deboli,
solo con chi è solo: noi possiamo contemplarti sempre
nel volto di chi attende risposte
perchè, tu ce lo hai detto,
i poveri saranno sempre con noi.
ti chiediamo Signore di non abbandonarci
al nostro egoismo, ai nostri fallimenti,
alle nostre resistenze; guidaci tu nella fatica di rispondere alle attese
che sono nel cuore e nelle mani
di quanti incontriamo come discepoli tuoi.
Trasforma le nostre povere cose
nel dono della tua condivisione
con tutti,con i più piccoli e con i deboli:
con loro dividiamo
il nostro quotidiano.
Amen! Alleluia!

Scheda a cura di A. Izzo – Incontro Adulti AC, Monte di Procida, 17/01/2015

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Ac: ministri, non “sacristi”

Un’immagine che può aiutarci a declinare l’appartenenza viva alla chiesa secondo la specificità dell’AC, è la cattedrale. Ogni cattedrale medievale era pensata e realizzata in genere a tre dimensioni: una cripta, una o più navate, una piazza. Queste tre dimensioni traducevano architettonicamente una precisa ecclesiologia: la chiesa ha un cuore, il mistero da cui è chiamata; ha un corpo, la comunità; ha delle braccia e delle gambe, la missione nel mondo, a cui è inviata. Sono tre dimensioni così intrecciate che non si possono separare, altrimenti non esiste chiesa.

• La cripta: la formazione
Il Progetto formativo “Perché Cristo sia formato in voi” poggia su un’idea sintetica di formazione, metaforicamente indicata come “viaggio dell’anima” o come esperienza/processo aperto (cioè mai definitivamente concluso), attraverso il quale la persona “prende forma”, fisionomia specifica: “diviene se stessa, assume la sua originale identità che si esprime nelle scelte, negli atteggiamenti, nei comportamenti, nello stile di vita”. Tale processo tocca l’interiorità profonda della persona, investendo, quindi, la sua libertà. Ci forma realmente “solo ciò che diviene nostro attraverso una scelta di libertà”. In questo senso, la formazione autentica assume sempre una dinamica di tipo “autoformativo”, che sottolinea, appunto, la chiamata in causa dell’autonomia e responsabilità decisionale del soggetto. La “forma”, il profilo antropologico compiuto verso cui tende la formazione in AC è il volto di Gesù. Egli è il modello che deve guidare, passo dopo passo, l’intero percorso formativo.

• Le navate: la comunione
Il legame diretto e organico dell’Azione Cattolica con la diocesi e con il suo Vescovo, espresso anche nella collaborazione con gli organismi pastorali diocesani l’assunzione della missione della Chiesa, il sentirsi “dedicati” alla propria Chiesa e alla globalità della sua missione il far propri il cammino, le scelte pastorali, la spiritualità della Chiesa diocesana, tutto questo fa dell’Azione Cattolica non un’aggregazione ecclesiale tra le altre, ma un dono di Dio e una risorsa per l’incremento della comunione ecclesiale, sui quali ciascun Vescovo, il suo presbiterio e l’intera comunità ecclesiale sanno di poter fare affidamento. (Lettera del Consiglio Permanente della CEI all’AC, 2002, n. 4)

• La piazza: la laicità
Ci aspettiamo che sappiate dire il Vangelo con le parole semplici della vita quotidiana, per imparare a parlare al cuore di ogni uomo… che sappiate esprimere con forza la voce del laicato cattolico attorno ai grandi temi che si agitano nella nostra società e che coinvolgono l’autentica visione della persona e della comunità nel mondo (quali la vita, la famiglia, la libertà educativa, il diritto al lavoro, la crescita della società civile, la difesa dei più poveri, ecc.)”, senza ovviamente entrare negli spazi propri delle forze politiche, evitando il ricorso a modalità di intervento che comporterebbero lo schierarsi con l’una o l’altra di esse. (Lettera del Consiglio Permanente della CEI all’AC, 2002, n. 2)

Essere AC è “fare chiesa”

• Ad Gentes, 15
Per la costituzione della Chiesa e lo sviluppo della comunità cristiana, sono necessari vari tipi di ministero, che, suscitati nell’ambito stesso dei fedeli da una aspirazione divina, tutti debbono diligentemente promuovere e rispettare: tra essi sono da annoverare i compiti dei sacerdoti, dei diaconi e dei catechisti, e l’Azione cattolica.

• Paolo VI (14/02/1968)
L’Associazione organo ormai integrativo della struttura ecclesiale

• Paolo VI (25/041977)
Il ruolo specifico dell’AC nel disegno costituzionale e nel programma operativo della chiesa e non può essere sottovalutato: essa è chiamata ad una singolare forma di ministerialità laicale.

• Giovanni Paolo II (27/09/1980)
La Chiesa molto si attende da voi tanto… Desidero ricordarvi che, voi dell’Azione Cattolica, avete una “vocazione” speciale alla collaborazione diretta con i pastori della Chiesa. L’Azione Cattolica, infatti, è chiamata a realizzare una singolare forma di ministerialità laicale, volta alla “plantatio Ecclesiae” e allo sviluppo della comunità cristiana in stretta unione con i ministeri ordinati.

• Giovani Paolo II (09/12/1983)
Il vostro compito di laici è di irrobustire la forma associata e organizzata di apostolato allo scopo di mettervi al servizio dei pastori per costruire, in ogni Chiesa locale, una comunità cristiana viva.

Una costante di queste affermazioni è la correlazione del ministero pastorale dei vescovi-presbiteri con la singolare forma di ministerialità laicale costituita dall’AC

Sacerdozio comune e sacerdozio ministeriale

• LG, 32
Mentre è necessario affermare la distinzione di essenza tra i due sacerdozi, quello ministeriale e quello comune, deve pure essere sottolineata l’equivalenza di tutti i membri del popolo di Dio

• AG, 21
La Chiesa non si può considerare realmente fondata, non vive in maniera piena, non è segno perfetto della presenza di Cristo tra gli uomini, se alla gerarchia non si affianca e collabora un laicato autentico.

Presbiteri e AC condividono l’ambito di lavoro

• CD, 28
I sacerdoti costituiscono un solo presbiterio ed una sola famiglia, di cui il vescovo è come il padre…Siano uniti tra di loro e si sentano corresponsabili del bene spirituale di tutta la diocesi.

• Statuto, art. 6
L’esperienza associativa e l’attività apostolica dell’Azione Cattolica Italiana hanno come primo impegno la presenza e il servizio nella Chiesa locale e si svolgono in costante solidarietà con le sue esigenze e con le sue scelte pastorali. A tal fine l’ACI offre il suo contributo agli organismi pastorali della diocesi. Presta analogamente il suo servizio agli organismi pastorali parrocchiali, regionali e nazionali.

Se ne ricava la grande omogeneità di riferimento ecclesiale che presbiteri e AC hanno per il loro essere e per il loro operare.

Presbiteri e AC condividono i compiti apostolici

• LG, 28
I presbiteri…sono consacrati per predicare il Vangelo, essere i pastori fedeli e celebrare il culto divino…Partecipi, nel loro grado di ministero, dell’ufficio dell’unico mediatore, che è il Cristo (cfr. 1 Tm 2,5) annunziano a tutti la parola di Dio…santificano e governano la porzione di gregge del Signore loro affidata

• AA, 20
Fine immediato di tali organizzazioni è il fine apostolico della Chiesa, cioè l’evangelizzazione e la santificazione degli uomini e la formazione cristiana della loro coscienza, in modo che riescano ad impregnare dello spirito evangelico le varie comunità e i vari ambienti.

Dunque la ragione d’essere, di operare, di vivere per l’AC è questa soltanto: essere una cosa sola con la Chiesa e i suoi pastori avendo i medesimi sentimenti di Cristo: un solo sentire, un solo parlare, per raggiungere un solo operare.

Presbiteri e AC vivono la dinamica della più immediata collaborazione

• CEI. Evangelizzazione e ministeri, 79-81
Tra i ministeri non ordinati, crediamo di dover segnalare l’Azione cattolica, già dal concilio vista come una forma ministeriale (cf. AG 15). Il nostro Papa Paolo VI, poi, in più di un’occasione (cf. Discorsi all’ACI del 22.9.1973 e del 25.4.1977), ha voluto ribadirne l’idea, rilevando che l’Azione cattolica, “in quanto collaborazione dei laici all’apostolato gerarchico della Chiesa, ha un posto non storicamente contingente, ma teologicamente motivato nella struttura ecclesiale…”, perché “chiamata a realizzare una singolare forma di ministerialità laicale, volta alla plantatio Ecclesiae e allo sviluppo della comunità cristiana in stretta unione con i ministeri ordinati” (Giovanni Paolo II). Questa qualifica di “singolare forma di ministerialità laicale” giunge a definire l’Azione cattolica dopo decenni di studi e di benefica presenza apostolica, che hanno non poco contribuito a sviluppare la teologia del laicato e le forme molteplici della sua partecipazione alla missione della Chiesa. E’ tempo, perciò, che sacerdoti e laici armonizzino le loro vedute circa l’Azione cattolica a queste prospettive, del resto già decisamente presenti nella dottrina del concilio (cf. AG 15; LG 33; AA 20). Notevole impulso verrà all’impegno apostolico nella misura in cui saranno superati pregiudizi e disattenzioni e saranno accolte queste indicazioni che il servizio ecclesiale e la voce dello Spirito suggeriscono. Come, d’altra parte, una più efficace adesione a queste prospettive gioverà alla stessa Azione Cattolica per realizzare il ministero che la qualifica al servizio della Chiesa.

Senza limpida accoglienza da parte della gerarchia l’AC non può vivere. Se non fosse costitutivo per lei il legame della “più immediata collaborazione”, potrebbe anche autogestirsi. Ma essendo coordinata all’apostolato dei pastori, convive, se non fruisce della necessaria accoglienza. Forse per questo che Paolo VI non ritenne neppure di mettere in dubbio la volontà dei pastori della chiesa nel conservare e promuovere l’AC.

E per lo stesso motivo Giovanni Paolo II disse: “Senza speciale unione con la gerarchia ecclesiastica non può esistere l’AC”

Un’Associazione che educa

Possiamo raccogliere il senso della passione educativa dell’AC attorno a tre parole: la fede; maturità come capacità di essere responsabili di se stessi, degli altri e del mondo; e spiritualità come modalità propria di vivre la scelta battesimale.

a) Accompagna ed educa ad una fede personale, consapevole, vissuta. Una fede che abbia le seguenti caratteristiche (Paolo VI):

• una fede pura
• una fede libera
• una fede certa
• una fede forte
• una fede gioiosa
• una fede operosa
• una fede umile

Educare ad una fede di questo tipo vuol dire educare ad accettare i modi, i tempi e anche i silenzi di Dio.

b) Formare cristiani adulti

• Promuovere la formazione integrale della persona credente
• Il discernimento comunitario: criteri (servire il Regno e spirito di povertà) e possibile itinerario in cinque momenti (formulazione della questione, preghiera personale e comune, riflessione personale, in comune, scambio sulla questione in oggetto, la decisione).

c) Promuovere una vera spiritualità laicale

Il cammino spirituale dei laici cristiani conosce alcune tentazioni particolari: la più comune è quella di una progressiva mondanizzazione che li rende a poco a poco permeati alle logiche correnti. Si vive la tentazione-pregiudizio secondo cui la santità è il destino di personalità eccezionali e quasi predestinate, mentre la misura del cristiano comune è quella di una vita cristiana ispirata al buon senso e alla misura che alla radicalità del Vangelo.
L’altra tentazione è quella dello spiritualismo che si sottrae alle responsabilità della storia. E la sua concretezza.

I laici di cui il mondo oggi ha bisogno sono cristiani capaci di una spiritualità non intimista, giocata in una relazione personale e profonda con il Signore, ma anche in un rapporto libero e creativo con la vita. Oggi è il tempo, per i laici, di mostrare che l’esistenza di ogni giorno è la nostra Galilea, terra ambigua e complessa in cui anche a noi il Risorto ha dato appuntamento.
La spiritualità dei laici deve tradursi nello stile con cui giorno per giorno affrontiamo la vita, guardata con gli occhi di Dio, vissuta in compagnia sua, rigenerata dalla sua misericordia, nobilitata dal dono della libertà.

Una spiritualità adulta condurrà i laici a ritenere che la loro cittadinanza non è solo responsabilità di alcuni momenti, bensì impegno permanente di formazione, testimonianza e dialogo. Per questo hanno bisogno della fontana della comunità cristiana per crescere nella fede, nel culto e testimoniare l’unità tra fede e vita, la loro cittadinanza è “passione per l’umanità dell’uomo e per la giustizia che è scopo della politica” (Benedetto XVI, Caritas in veritate, 28).

“Non esiste una politica cristiana, ma esiste una saggezza politica cristiana” (Mounier) che porta ad animare dall’interno la vita politica aiutandola ad essere abitata dalla speranza, a ritrovare la sua capacità progettuale ed aprirsi al futuro, contro la tendenza ad appiattirsi sulla quotidiana gestione dell’esistente.
E’ compito dei laici cristiani farsi. portatori di tale speranza attraverso una responsabile partecipazione alla vita civile
Conclusioni: otto verbi da vivere:

• interessarsi
• limitarsi
• coltivarsi
• affidarsi
• liberarsi
• accompagnare
• sognare
• riconsegnare

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Modulo formativo sulla Gaudium et Spes 9 Novembre 2012
c/o Villa Mareschi – Bagnoli (NA)

Cinquant’anni fa, l’11 ottobre 1962, Giovanni XXIII apriva solennemente il Concilio Ecumenico Vaticano II, l’evento più importante della Chiesa del XX secolo. Paolo VI, che lo avrebbe chiuso tre anni dopo, lo dipinse con una bella immagine: «Il Concilio – disse – è come una sorgente, dalla quale scaturisce un fiume; la sorgente può essere lontana, la corrente del fiume ci segue» (Discorso all’udienza generale, 12 gennaio 1966). Cinquant’anni dopo, perciò, ci chiediamo: come appare oggi ai nostri occhi quella sorgente lontana? Tra le correnti da essa scaturite, quali si sono rivelate più vive e feconde? Verso dove scorre il fiume?

La sorgente lontana, di cui parla Paolo VI, di fatto ha dato origine a una «svolta» storica nella vita della Chiesa. Come ogni «svolta», anche il Concilio Vaticano II si può considerare insieme punto d’arrivo e punto di partenza, fonte di novità nella continuità.
Di fronte a tante sfide, antiche e nuove, il Concilio Vaticano II rimane «una sicura bussola per orientarci nel cammino che si apre. Duc in altum! Andiamo avanti con fiducia. Un nuovo millennio si apre davanti alla Chiesa come oceano vasto in cui avventurarsi, contando sull’aiuto di Cristo» (Giovanni Paolo II, lettera apostolica Novo millennio ineunte, nn. 57 s.). La sorgente si fa più lontana, ma la corrente del fiume ci accompagna

L’impegno dell’Azione Cattolica, ponendosi sempre più a servizio della comunità cristiana e per il bene della stessa comunità civile, si esercita contemporaneamente su due versanti: innanzitutto quello formativo, di cui questo incontro ne è un esempio e che in qualche modo costituisce e definisce in larga misura lo specifico servizio associativo e quindi, in concreto, l’identità stessa dell’AC all’interno della comunità cristiana, quale luogo di formazione permanente e integrale, palestra di spiritualità laicale, scuola di santità; quindi su un terreno extraecclesiale, sul quale l’AC è chiamata ad offrire il proprio contributo di riflessione e di discernimento per contribuire a far opinione e cultura, per promuovere partecipazione autentica e costruttiva alla vita della città, secondo la pluralità di tutte le forme possibili, per rispondere alle domande di una convivenza più umana e civile, per rifare il tessuto delle comunità, per aiutare gli uomini e le donne del nostro tempo a vivere meglio insieme, per sostenere le ragioni dell’uomo e la sua dignità, i suoi diritti fondamentali; in un parola, per contribuire ad umanizzare i contesti sociali e le relazioni private e pubbliche, per creare luoghi e occasioni di dialogo e di orientamento, restandole soltanto preclusa la diretta gestione di progetti politici e l’assunzione di posizioni di parte incompatibili con un’associazione ecclesiale.

Antonio Izzo

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Educare nel nostro tempo. Fare cultura oggi”
(Le ragioni dell’incontro)
Saluti…

Condizioni per l’esercizio della responsabilità educativa

Educare richiede fiducia e speranza a tutti i protagonisti.
A chi vive l’esperienza educativa è chiesto di fidarsi delle potenzialità insite nelle persone, delle loro possibilità di crescere della bontà dei fini educativi della positività delle relazioni e delle azioni.

Educare richiede scelte valoriali. Non si educa nel vuoto, il farsi della persona, la crescita e la scoperta del suo dinamismo coscienziale della sua identità, avvengono attraverso un contesto relazionale carico di significati.

Educare richiede progettualità. Si educa ogni giorno, ma in una prospettiva di lungo periodo. L’ impegno educativo non può limitarsi alla soddisfazione dell’immediato.

Educare richiede pazienza. Forse stiamo perdendo il senso di questa paziente opera quotidiana nell’illusione che l’educazione possa risolversi in qualche formula facilmente applicabile da acquistare sul mercato. Abbiamo bisogno di ridirci che la gioia educativa sta nel promuovere con costanza l’umanità dell’altro, sapendo che non vale in questo campo la logica della fretta che spesso ci soffoca.

Educare richiede collaborazione. Cosi come non si cresce da soli, difficilmente si può educare da soli. L’autosufficienza educativa e l’autoreferenzialità sono atteggiamenti che rischiano di impoverire fortemente le prospettive e le risorse educative. Purtroppo questi atteggiamenti sembrano oggi rafforzati da un indebolimento delle fiducia reciproca nel lavoro educativo, evidente nel rapporto scuola-famiglia, ma crescente anche in altri campi. Per questo risulta importante operare per crescere forme di collaborazione, per ricostruire nuove “alleanze educative” per sostenere il tessuto relazionale soprattutto quando l’impegno educativo sembra farsi più gravoso.

Educare richiede risorse. La routine dei giorni, i problemi, le fatiche, i fallimenti, i conflitti sottopongono l’impegno educativo alla possibilità concreta della demotivazione e dell’ esaurimento delle energie. Vi è perciò l’esigenza di porre una particolare attenzione alle risorse, sia quelle interiore sia quelle esterne entrambe chiedono di essere alimentate.

Educare richiede sostegno i genitori, gli insegnanti, gli educatori chiedono spazi in cui condividere le proprie domande le proprie preoccupazioni, in cui acquisire categorie che aiutino a leggere la propria esperienza e le indicazioni che permette di modificare in meglio la propria azione.

Stare dentro il cambiamento culturale

Un aumento di consapevolezza e la responsabilità educativa richiede anche di cogliere le caratteristiche dell’attuale cultura educativa.
Tre sono le categorie per comprendere le trasformazioni in atto nel campo educativo e le conseguenti nuove sfide:

o La pluralità. Essa ha molte facce; viviamo infatti in un contesto dove sono plurali i valori di riferimento, le appartenenza culturale, i modi di vita familiare, le figure educative, i contesti formativi, i saperi e le fonti della conoscenza.
o La soggettività. Al centro delle nostre culture occidentali sta il soggetto, la sua autonomia, la sua realizzazione, il suo benessere. Il valore attribuito al soggetto ha permesso di alzare in campo educativo il valore assegnato ai processi di personalizzazione, alla relazionalità, all’ orientamento. Un esasperazione della dimensione soggettiva tuttavia, porta con se l’individualismo e il relativismo. La strada da percorrere appare quella di accogliere le istanze della soggettività e proponendo come orizzonte non solo il benessere , ma il bene comune.
o La professionalizzazione. La crescente specializzazione sta investendo anche in campo educativo. Sono in aumento (anche nel contesto ecclesiale) le figure che ricoprono un ruolo educativo con valenza professionale. Le potenzialità di questo fenomeno stanno nella possibilità di una crescita qualitativa dell’impegno educativo; il rischio che (va sempre tenuto sotto controllo) e quello della perdita dell’intenzionalità educativa. Avere figure educative impegnate professionalmente nell’educazione dovrebbe indurre tutti a riconoscere il proprio valore educante e non invece, come avvolte accade a generare processi di delega.

“La scuola è l’unica differenza tra l’uomo e gli animali. Il maestro dà al ragazzo tutto quello che crede, ama, spera. Il ragazzo crescendo ci aggiunge qualcosa e così l’umanità va avanti”. “Il maestro deve essere per quanto può un profeta, scrutare i segni dei tempi, indovinare negli occhi dei ragazzi le cose belle che essi vedranno chiare domani e noi vediamo solo in modo confuso” “Il fine ultimo della scuola è dedicarsi al prossimo; quello immediato, da ricordare minuto per minuto; è di intendere gli altri e di farsi intendere”.

(don Lorenzo Milani, Frasi tratte da “Esperienze pastorali”, “L’obbedienza non è più una virtù”, “Lettera a una professoressa”)

 

Tavola rotonda “Educare nel nostro tempo. Fare cultura oggi”
Liceo Labriola
Introduzione prof. Antonio Izzo
09/02/2013

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S. Artema, Monterusciello
12/10/2013
Inizio percorso assembleare diocesano

Saluti e introduzione…

La stagione assembleare che partirà nelle parrocchie e che si concluderà con l’Assemblea nazionale della prossima primavera, non può non tenere conto del mutato contesto ecclesiale e sociale. L’AC è chiamata a rafforzare la radice buona, ad ammettere con serenità e sincerità i limiti che ne frenano il potenziale, e soprattutto a rileggersi come realtà associativa adatta a parlare alle persone del terzo millennio. Papa Francesco ci sta dando una grande mano: quel parlare che torna semplice e alla portata di tutti, il ritorno della “misericordia” come categoria centrale della vita buona del Vangelo, i “poveri” come priorità assoluta di ogni azione politica, la “missione” come sforzo unico della Chiesa intera, le “relazioni” come via di umanizzazione. Molte di queste cose sono nel Dna dell’associazione: lo sforzo deve essere quello di tradurle in un’azione formativa continua, qualificata e appassionata.
Il contesto e… l’Ac. L’anno assembleare si colloca peraltro, come si è avuto modo di ribadire più volte, in un periodo di grazie e di doni che ci giungono soprattutto dalle intuizioni e dagli insegnamenti di papa Benedetto e dal recente e ricco magistero di papa Francesco, l’Anno della fede, e il percorso, tutto da costruire, della Nuova evangelizzazione. Ebbene, in questo quadro, l’anno assembleare dovrebbe costituire per ogni socio di AC, per tutti i responsabili, per i nostri assistenti, una nuova opportunità per ripensare la testimonianza cristiana per le vie del mondo, l’impegno ecclesiale di laici associati, l’eminente missione educativa, il tutto entro un percorso vivace, creativo, generoso, accanto ai Vescovi e ai sacerdoti, con sempre maggiore stima reciproca e sintonia. Ci dobbiamo sentire stimolati a “fare di meglio” e a “fare di più”.
Qualche questione aperta… Emergono, d’altro canto, taluni temi e percorsi a partire dalla bozza di documento assembleare che, potrebbero essere tenuti in considerazione nel “tragitto” da qui all’assemblea del maggio 2014.
Mi riferisco, anzitutto, a quei temi che ci invitano, per un servizio associativo più responsabile ed efficace, a un’elaborazione particolarmente puntuale e, se possibile, innovativa. Sappiamo, ad esempio, quanto la fede sia messa oggi alla prova in un contesto in rapidissima trasformazione, sollecitato da profondi cambiamenti sociali, dal confronto con la secolarizzazione e con culture e religioni provenienti “da lontano”, oppure posteci “sotto il naso” dagli strumenti della comunicazione globale. A questa “sfida culturale”, aggiungerei subito, quella “sociale”, legata alle pesanti prove che stanno attraversando numerosissimi italiani (e non solo!) in stretta connessione con le ricadute della crisi economica e occupazionale.
Resta poi sempre attualissima, la “sfida educativa”, intesa a preparare ciascuno di noi, e in particolare i giovani, ad affrontare con piena consapevolezza e “strumenti” adeguati la vita quotidiana, familiare, professionale, sociale, politica, ecclesiale; consapevolezza favorita da una maturità umana e cristiana che può apportare a ogni esistenza senso di responsabilità, serenità, coerenza, nuove opportunità…
Ma questi temi, o sfide, possono essere vissuti con maggior senso di fiducia e di cristiana speranza rinnovando alcuni tratti associativi, tipici percorsi che abbiamo imparato ad apprezzare proprio “vivendo dall’interno” l’Azione cattolica.
Ne segnalo qualcuno: il riferimento costante alla Parola di Dio e al magistero della Chiesa; la fedeltà (che per essere tale dev’essere capace di rinnovamento e di creatività) alla storia associativa, con il carattere specifico, illuminante e attualissimo, della “scelta religiosa”; la condivisione solidale della vita, delle fatiche e delle gioie quotidiane, dei nostri fratelli, donne e uomini di oggi; la valorizzazione in chiave attuale del Concilio Vaticano II e dell’invito che ne deriva a “leggere i segni dei tempi” e a intrattenere con il mondo e con la storia una cordialità, una vera e propria “simpatia” carica di fiducia (fiducia in Dio e nell’umanità, creata «a immagine di Dio»); un senso di responsabilità condivisa che ci chiama a testimoniare, con competenza, passione e rispetto, la nostra fede cristiana nello spazio pubblico, per costruire la città dell’uomo a misura d’uomo, secondo l’insegnamento di Giuseppe Lazzati, consapevoli delle regole del gioco democratico.
Il tempo favorevole è qui. Si può peraltro osservare che il percorso assembleare avviene, ne siamo convinti ed è stato scritto anche nella bozza di documento, in un “tempo favorevole”. Ebbene il “tempo favorevole” si è delineato all’orizzonte.
Posto che tutta la Storia, tutto il tempo, ogni giorno è “tempo favorevole” in quanto dono di Dio, quella che stiamo vivendo è un’epoca carica di novità, di trasformazioni, così pure di immense sofferenze umane, di vecchie e nuove emergenze, di più vaste frontiere… Un tempo favorevole non nel senso di una fase segnata esclusivamente da elementi positivi, da belle novità, da eventi confortanti: tutt’altro!

L’aggettivo “favorevole” si spiega, come pressante richiesta di risposte nuove, costruttive, utili, adeguate a questo tempo. Ce lo spiegava qualche anno fa il card. Bergoglio (ed è stato scritto nella bozza di documento): «Il restare, il rimanere fedeli implica un’uscita. Proprio se si rimane nel Signore si esce da se stessi. Paradossalmente proprio perché si rimane, proprio se si è fedeli si cambia. Non si rimane fedeli, come i tradizionalisti o i fondamentalisti, alla lettera. La fedeltà è sempre un cambiamento, un fiorire, una crescita» (J.M. Bergoglio, 2007).
Ac: mollare il freno a mano. Quanto sai “rischiare”, cara AC, sulla via del cambiamento? Occorre invece seguire le orme del Pontefice, restare fedeli al nostro mondo, con le sue evidenti contraddizioni e le sue molteplici ricchezze, abbracciandolo con amicizia, per incamminarsi in questo tempo favorevole. Mollando il freno a mano e prendendo con serietà gli impegni che si hanno di fronte.
La Chiesa (e quindi anche l’AC) devono uscire, verso le periferie esistenziali, qualsiasi esse siano, anche al costo di qualche “incidente” di percorso. Movimenti, associazioni possono dotarci degli strumenti per aiutarci ad incontrare queste dolorose realtà, ma è solo uscendo fuori da quei luoghi “comodi”, dove spesso ci rifugiamo, che evitiamo di diventare cristiani inamidati, cristiani troppo educati, che parlano di cose teologiche mentre prendono il tè, tranquilli.
Dobbiamo riuscire ad essere operatori di sintesi vitale tra fede e vita evitando e superando le contrapposizione tra azione e contemplazione. Essere capaci di andare per le vie del mondo incontro ad affamati di pane e di affetto, incontro ai non accolti sull’esempio del “laico” Francesco che non a caso è, con santa Caterina, patrono dell’ACI. I laici di AC sono tali nella misura in cu percorrono con tensione ecclesiale tutte le vie del mondo, anche le più tortuose e insidiose, sostando talvolta come il samaritano, non per riposo né per pigrizia, ma per amore e per servizio. Si tratta di avere quella fede interiore, quel fermento che trasforma e dà la forza all’intera vita umana. Solo nella misura in cui sarà fedele alla sua fede il cristiano sarà un buon cittadino. Nessuno può essere buon cristiano e nello stesso tempo cattivo cittadino (cfr. Lettera Vescovi del Mozambico, 25 aprile, 1980). Allora sì che “la diaconia del laicato ignoto” ci farà diventare risvegliatori di coscienze, maestri non di parole, ma di stile di vita.
Antonio Izzo
Presidente diocesano

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Quale immagine di Dio abbiamo?

“Sbagliarsi su Dio è un dramma, è la cosa peggiore che possa capitare perché poi ci sbagliamo sul mondo, sulla storia, sull’uomo, su noi stessi. Sbagliamo la vita” (D.M. Turoldo)

Riflettere e interrogarsi

“Tra tanti argomenti ce n’è uno che merita a mio giudizio una riflessione non svagata ed è quello di cui siamo stati informati un paio di giorni fa, d’una nuova versione della preghiera del Padre Nostro preparata da una commissione di vescovi.
Non è, come a prima vista potrebbe sembrare, una curiosità erudita o una preziosità della liturgia: quella preghiera infatti ha rappresentato e tuttora rappresenta il modo più semplice e anche più intenso con il quale da circa due millenni il popolo di Dio si rapporta al suo creatore, alla sua volontà, al suo mistero. Perciò tocca i credenti fin nelle più intime fibre e suggerisce ai non credenti attenzione e rispetto.
Nel nostro paese cristiano e cattolico quella preghiera, almeno da bambini, l’abbiamo recitata tutti e molti continuano a recitarla con maggiore o minore fervore. Del resto essa corrisponde ad un bisogno naturale: quando la sventura ci colpisce, quando la fatica di vivere si fa più pesante, quando il mistero ci assedia e il senso della vita ci sfugge, ci viene quasi automatico alzare lo sguardo verso l’alto alla ricerca di un sostegno o almeno di un interlocutore. E infatti le prime parole di quella preghiera esprimono questo bisogno: “Padre nostro che sei nei cieli…”.
Noi siamo un nulla rispetto all’Eterno, ma la convinzione d’essere suoi figli, da lui creati, ci dà la certezza di partecipare in qualche modo alla sua eternità…
Il “Padre nostro che sei nei cieli” rappresenta il momento della speranza e della resurrezione. Perciò questa preghiera in apparenza tanto umile è in realtà il più alto atto di orgoglio che la mente dell’uomo abbia mai compiuto, eleggendosi figlio di Dio a lui legato da un vincolo che neppure il Padre, se mai lo volesse, potrebbe spezzare…Queste sei parole sono il condensato di tutta la civiltà ebraico-crstiana-islamica…Ma fino a che punto nella coscienza della modernità quelle sei parole ci corrispondono? Quasi più nulla. Anche coloro che per abitudine ed educazione continuano a ripetersi quelle sei parole, dubitano nel loro profondo che i cieli siano abitati dal Padre. Nel loro profondo essi pensano che i cieli siano vuoti, che il Padre sia morto e che comunque da lui non sia mai venuto alcun comandamento…
In questa così toccante e misteriosa preghiera cristiana, che contiene tanti travagli, debolezze e incongruenze, c’è un punto tuttavia che tutti ci accomuna perchè si colloca al di là e al di sopra di religione, di monoteismo, di trascendenza. E’ indicato nella frase: “Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori”.
Comunque possa essere emendata, quella frase equivale all’altra, ancor più evangelicamente netta e imperativa: “Ama il prossimo come te stesso”. Lì è il fondamento della carità, lì la via dell’amore al di sopra sia della fede che della saggezza… Per rimettere i debiti non c’è bisogno del Padre, nè si debbono rimettere affinchè il Padre a sua volta rimetta i nostri. Noi fragili, noi derelitti non siamo che un gruppo di debitori compensato soltanto da quanto saremo capaci di dare… Sperare che ci salvi un Padre che sta nei cieli è una fuga. Qui e ora, questo è un compito che spetta interamente a noi”

Eugenio Scalfari, in La Repubblica del 21.1.1996

• Quali reazioni ha suscitato in voi l’articolo letto?
• Dove vi trovate d’accordo, quali parti invece vi creano difficoltà?
• Cosa evoca in noi l’espressione “Padre nostro che sei nei cieli”?

In ascolto della Parola ( Matteo 6, 5-13 )
QUALE VOLTO DI DIO CI RIVELA LA BIBBIA?

Come l’apostolo Filippo anche noi siamo desiderosi di cogliere i tratti visibili del Dio invisibile; sulla scorta della rivelazione che di Lui ci ha fatto Gesù, in questo periodo di Avvento, cercheremo di introdurci nel mistero della paternità di Dio.

 Padre in virtù di un’azione creatrice ( Dt. 32, 6; Is. 64, 7)

 Un Padre che educa i suoi figli ( Os. 11, 1.3-4 )

 Un Padre che esige un culto (Dt. 8, 5-6 ).

 Un Padre offeso dal peccato ( Ger. 3, 19-20 )

 Un Padre misericordioso verso i peccatori ( Ger. 31, 20 ).

 

Incontro Adulti AC
9 Novembre 2013
Parrocchia Maria SS. Desolata

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Riscoprire la Profezia dell’AC

C’è un profilo spirituale della nostra esperienza che va vissuto e condiviso. Un profilo spirituale che è individuato da alcune parole:
• Quotidiano (ogni momento è un dono di Dio)
• Dialogo (lo stile associativo; Diocesanità)
• Responsabilità e partecipazione (non per smania di protagonismo, ma perché si sente di rispondere ad una chiamata)
• Fiducia (una speranza che ci consente di vincere le paure, i rischi…)
• Ospitalità (aprire le porte dell’AC a tutti anche senza assumerne le scelte)
• Fraternità
• Fatica (la vita cristiana, la sequela non è a basso prezzo)
• Sobrietà (non si può stare vicino alle persone senza sentirsi interpellati… contestare) consumismo, mediocrità, torpore spirituale e intellettuale

I Punti fermi del nostro Progetto Associativo

• Centralità della Parola di Dio (Ritiri, Es. Spirituali
• Cercare strade nuove e faticose di comunione cercando di vivere in esse con atteggiamenti adulti della responsabilità
• Partecipazione dei laici. Cosa diamo alla chiesa come AC? L’AC come risorsa nella misura in cui sarà capace di attrezzare un laicato come volontariato educativo (Moduli formativi)
• Un’Ac non preoccupata della propria autoconservazione e sopravvivenza, ma impegnata a seminare e a inventare MODI e LUOGHI per far crescere le persone
• Credere al valore delle dimensioni interiori
• Avere il gusto della vita, amare la vita
• Avere rispetto per la dignità della persona, cioè del valore irripetibile di ciascuno per cui ogni persona deve essere destinatario di attenzioni, di rispetto, di riconoscimento
• Coltivare RELAZIONI di qualità
• Profezia dell’AC è la passione educativa, (Incontro insegnanti provenienti dall’AC 14/10/2012)… la sua popolarità (specchio del popolo di Dio)
• Laicità adulta e dialogo con il mondo (tenere insieme Lumen Gentium e Gaudium et Spes)
• Avere rispetto per la dignità della persona, cioè del valore irripetibile di ciascuno per cui ogni persona deve essere destinatario di attenzioni, di rispetto, di riconoscimento
• Coltivare RELAZIONI di qualità
• Profezia dell’AC è la passione educativa, la sua popolarità (specchio del popolo di Dio)
• Riscoprire la dimensione storica della rivelazione cristiana. Se è vero che la rivelazione è l’AUTOCOMUNICAZIONE di Dio nella storia e mediante la storia, allora il centro di tutto non sta in una dottrina, ma in un evento. Bisogna aver scoperto l’amore prima della morale, altrimenti è lo strazio” (J. P. Sartre)

“Mentre gli eruditi costituiscono isolotti scientifici partendo dai quali si può rifare una scena del mondo,i mistici, sono intellettuali convertiti ai barbari, che si fanno convertire dai poveri, dagli insipienti, dagli stolti, dagli ignoranti, e cominciano a dire la fede in una lingua convertita dai barbari” (Michel De Certeau, La spiritualità religiosa tra il XVI e XVII secolo)

Questa immagine colpisce perché dovremmo essere veramente gli uomini di fede convertiti ai “barbari”, lasciandoci interpellare dalla vita che condividiamo con le donne e gli uomini di questo nostro tempo per riuscire a dirla alla nostre chiese

AC, duc in altum!

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Da Laici nella Chiesa
ANDARE con SPERANZA…incontro alle periferie esistenziali della vita

• Essere devastati dalla passione di edificare la Chiesa (EG, 49)
• Tentazione degli operatori pastorali (EG, 78 – 83)… al n. 77 il Papa cita un documento dell’AC: tre mali…individualismo, crisi di identità, un calo del fervore, agire come se Dio non esistesse, decidere come sei i poveri non esistessero
• I laici di AC saranno giudicati sulla base della fedeltà a 5 scelte di stile:
a) la costruzione della Chiesa locale: una chiesa più bella, accogliente, attraente (EG, 98)
b) la formazione delle competenze (EG, nn. 164 – 165)
c) l’impegno della carità: stare con…compagnia con chi è solo moralmente, socialmente, materialmente. La scelta della carità sarà il banco di prova di chi intende costruire la comunità ecclesiale e animare cristianamente la società (EG, nn. 197 – 211)
d) la conversione all’impegno civile stile del dialogo con le culture, realtà, persone. costruire delle relazioni non monetizzate, contrattuali, ma di condivisione, solidarietà e partecipazione (EG, 102)
e) la pastorale di ambiente: siccome i laici hanno il compito di cercare il regno di Dio “trattando le cose temporali ordinandole secondo Dio”, si impegneranno ad annunciare il vangelo nei vari ambienti di vita (GS, 1)

Maria, modello ed icona di una Chiesa e di un’AC “serva dei servi” (don Tonino Bello)
cfr. anche EG, nn. 284 – 288)

Icona biblica – Corresponsabili del bene (Mt 14, 13-21; Mc 6, 30-44; Lc 9, 12-17; Gv 6, 1-15)

L’episodio della moltiplicazione dei pani e dei pesci, insiste sull’insostituibile corresponsabilità di ogni cristiano in quell’opera di bene che è l’opzione fondamentale per gli ultimi. Gli inevitabili limiti personali non devono arrivare a nascondere ciò che di grande abbiamo dentro, anzi, saremo utili agli altri nella misura in cui smetteremo di preoccuparci della nostra inadeguatezza. tutto ciò sulla scorta di un convincimento di fondo: essere credenti e testimoni autentici significa condividere con Gesù l’arte dell’incontro.
Signore, sai di essere davvero piccolo
con i piccoli, debole con i deboli,
solo con chi è solo: noi possiamo contemplarti sempre
nel volto di chi attende risposte
perchè, tu ce lo hai detto,
i poveri saranno sempre con noi.
ti chiediamo Signore di non abbandonarci
al nostro egoismo, ai nostri fallimenti,
alle nostre resistenze; guidaci tu nella fatica di rispondere alle attese
che sono nel cuore e nelle mani
di quanti incontriamo come discepoli tuoi.
Trasforma le nostre povere cose
nel dono della tua condivisione
con tutti,con i più piccoli e con i deboli:
con loro dividiamo
il nostro quotidiano.
Amen! Alleluia!

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Obiettivi degli Itinerari formativi in Azione Cattolica

Un’idea di formazione

Che cosa intendere per formazione? È l’azione dell’educatore che influisce sui pensieri, sulle scelte, sui valori di riferimento delle persone che gli sono affidate? È passaggio di contenuti da un maestro che conosce la dottrina ad un discepolo che la deve imparare? È metodo e tecnica comunicativa? È lo sviluppo ordinato di una serie di contenuti da trasmettere? È seguire passo passo un sussidio?… Ciascuna di queste idee contiene qualcosa di vero, ma nessuna di esse corrisponde esattamente all’idea di formazione che ci sembra la più forte per un percorso di vita cristiana rispettoso delle persone e adatto a questo tempo.
Il termine formazione sembra potersi riferire ad un’azione che dà forma. La formazione è un’esperienza attraverso la quale una persona prende fisionomia: diviene se stessa, assume la sua originale identità che si esprime nelle scelte, negli atteggiamenti, nei comportamenti, nello stile di vita. La nostra fisionomia più profonda e più vera è il volto di Cristo: ogni persona è creata a immagine e somiglianza di Dio e porta in sé l’immagine del Figlio. Formazione è far emergere nella vita di ciascuno il volto del Figlio. Formazione è dare alla vita la forma del volto di Gesù, modello e vocazione di ogni persona.
La formazione è impegno e scelta perché nella vita e nella coscienza di ciascuno risplenda sempre più quel volto che è già impresso, ma che deve diventare consapevole ed entrare nel gioco della libertà. È un’azione che non interviene dall’esterno, dando alla vita una forma non scelta; essa è un’azione interiore che libera le energie della coscienza, nel dialogo misterioso con lo Spirito del Risorto che vive in noi. In questa prospettiva, formazione è un processo che in ultima istanza avviene nel cuore, nella coscienza personale. Non ci può essere nulla di passivo in un vero processo formativo: formazione è essere disposti a prendere in mano la propria vita. Sono tante le situazioni che suscitano questa “azione”: l’ambiente in cui viviamo, le persone che incontriamo, le esperienze attraverso cui la nostra vita passa, le persone che hanno nei nostri confronti legami più stretti, in particolare quelli coniugali e familiari; soprattutto quanti hanno responsabilità educative. In questa prospettiva si potrebbe dire che tutto forma, cioè tutto si riflette dentro di noi e sollecita i nostri pensieri, le nostre emozioni, i nostri desideri. Ma ci forma veramente solo ciò che diviene nostro attraverso una scelta di libertà. Dentro di noi avviene quel discernimento che decide quale significato attribuire alle esperienze che attraversiamo, quale valore alle proposte che ci vengono offerte, quale peso alle parole che ascoltiamo.
L’azione formativa volta alla maturazione della fede attinge ad alcuni doni fondamentali: innanzitutto la Parola di Dio, con cui Dio oggi continua a guidare la nostra vita e a darle una fisionomia secondo il suo cuore; e poi la grazia, cioè l’azione gratuita che accompagna la vita di ogni battezzato con una riserva di amore, di forza, di misericordia. I sacramenti permettono di attingere a questo tesoro e di disporre di una forza che non sarebbe possibile darsi da soli. Infine, la vicinanza di una comunità. La Chiesa ,a partire dalla forma concreta della parrocchia, cammina con noi, ci accompagna, ci sostiene.

Gli obiettivi attraverso i quali formare coscienze laicali per questo tempo sono: l’interiorità, la fraternità, la responsabilità e l’ecclesialità.

L’interiorità
Apprezzare le dimensioni interiori della vita dà pienezza all’esistenza. Al tempo stesso, custodire l’interiorità è esercizio necessario per giungere ad una piena umanità. Per vivere l’interiorità ci sono alcuni impegni che bisogna assumere.
Il silenzio è l’esperienza che ci pone di fronte a noi stessi. Non si può vivere solo perché qualcosa fuori di noi rende interessante l’esistenza; occorre vivere prima di tutto per ciò che troviamo dentro di noi. Il silenzio ci pone di fronte alla ricchezza dei nostri pensieri, dei nostri sentimenti; ci fa incontrare con le nostre responsabilità e con i nostri sogni; ci fa avvertire la nostra aridità e i nostri limiti. Ci fa incontrare le persone che ci sono care; ci fa sperimentare il nostro legame con il Signore e la parola con cui misteriosamente ci conduce, ci chiama, ci consola… Non è facile passare dal rumore e dalle tante parole delle nostre giornate a momenti di silenzio. C’è bisogno di una vera iniziazione che ne faccia assaporare la bellezza e conoscere il valore.
Il silenzio ci permette di essere persone pensose, capaci di coltivare il gusto della riflessione. Ciascuno deve farsi sensibile e attento all’attualità attraverso un’informazione seria su quanto accade, un interesse aperto ai problemi del mondo e del proprio territorio da conoscere da affrontare oltre i luoghi comuni, da approfondire. Occorre avere libri cari, autori preferiti ai quali attingere come a maestri che fanno da punto di riferimento per coltivare una coscienza riflessiva. Abbiamo spesso l’impressione di non avere tempo per questo: in effetti a volte preferiamo affidare troppe ore delle nostre giornate alla passività di un ascolto televisivo, piuttosto che dedicare tempo a quelle esperienze che allargano i nostri orizzonti e ci aiutano a vivere in maniera più libera e più creativa.
Solo nel silenzio si apre lo spazio dell’ascolto: prima di tutto quello della vita, che sembra muta quando è soffocata dalle parole e parla solo quando riusciamo a dare un senso ai fatti di cui essa è piena. L’ascolto che più di altri costruisce la nostra vita è quello della Parola di Dio: in questo dialogo il Signore ci si rivela Padre e Maestro, Amico e Fratello.
Così egli modella la nostra esistenza illuminandone gli eventi, purificandone i sentimenti, dischiudendole sempre nuovi orizzonti. Qualunque sia il metodo che utilizziamo per vivere questo incontro con il Signore, è importante che ognuno di noi abbia con la Parola il suo appuntamento quotidiano: le letture della Messa domenicale, la liturgia del giorno, la lettura continua di un Vangelo o di un libro della Bibbia. Aiutare anche i ragazzi e i giovani a custodire il silenzio e ad aprirsi all’ascolto permetterà loro di crescere nella familiarità con la Parola che rivela il volto di Dio e il volto dell’uomo.
L’ascolto della Parola suscita la preghiera ed educa ad essa. La preghiera è esperienza della comunione con il Signore; si esprime nello stare alla sua presenza e nel dialogare con Lui. La preghiera – dentro e oltre le forme concrete in cui si esprime – è esperienza di incontro, di relazione, di amore. Nella fede, crediamo che nella preghiera il Signore ci accoglie con le nostre stanchezze e i nostri desideri, ci avvolge con la sua misericordia, ci restituisce la forza di continuare a vivere nell’amore e di ricominciare ogni giorno.
Se il nostro rapporto con il Signore è vivo, il nostro dialogo con Lui non può essere occasionale o superficiale, ma fedele e profondo. La nostra preghiera prende dall’esistenza contenuto, colore, motivi: per una lode concreta e nostra; per rendere grazie a partire dai doni di cui sono piene le nostre giornate; per alzare le mani nella supplica, nell’invocazione, nell’intercessione. Viviamo le nostre giornate in compagnia del Signore: all’inizio di ciascuna di esse rinnoviamo la nostra alleanza con Lui, per vivere nell’amore e per avere da Lui la forza di lottare contro il male; al termine gliela restituiamo nella riconoscenza, consapevoli che Lui tutto accoglie, tutto purifica, tutto rigenera. Il nostro appuntamento con Lui deve essere quotidiano: i modi, i tempi, le forme sono scelti come si scelgono le cose importanti. Prediligiamo ogni giorno il Padre Nostro, preghiera del Figlio, preghiera da figli; essa ci è stata consegnata con il Battesimo ed è la “madre” di ogni preghiera, di cui ognuna si alimenta. La nostra preghiera culmina ogni settimana nell’Eucaristia domenicale, una finestra di tempo totalmente gratuito – e per questo liberante – dentro il fluire dei giorni spesso carico di affanni; un tempo riposante in cui ciò che conta non è più il nostro “fare”, ma ciò che il Signore fa con noi attraverso la parola e i gesti della comunità in preghiera; un momento in cui, anche visibilmente, ci riconosciamo comunità, popolo in cammino, e ci assumiamo la responsabilità di esserne il volto nel mondo. Ogni tanto scegliamo tempi più prolungati di preghiera, per stare con il Signore e rileggere la nostra vita alla luce del suo amore: particolare valore hanno gli esercizi spirituali che giovani e adulti si impegnano a vivere ogni anno. Celebriamo il sacramento della Riconciliazione, per ricevere dal Signore la grazia di ricominciare con la forza di un amore misericordioso che rigenera e permette di vivere da risorti. Impariamo a pregare dalla Chiesa e dalla sua liturgia: quella della domenica; quella che scandisce il tempo nell’anno liturgico; quella dei salmi. Alla luce della Parola, alla presenza di Dio, è possibile guardare alla propria vita e alle scelte che essa ci chiede con libertà, con quell’esercizio di discernimento che è riconoscere l’azione di Dio nella vita, dare un senso a quanto accade a partire dal suo amore, scegliere nella sua luce.

La fraternità
Viviamo in una stagione di forte individualismo: ne sono segni l’indifferenza per l’altro, la competizione tra le persone e tra i gruppi, il bisogno esasperato di autoaffermazione, la conflittualità che si manifesta sia nella sfera della vita pubblica che in quella privata, la fatica di convergere quando si debbono assumere decisioni. In questo contesto, è importante attivare percorsi che diano risalto e attuazione al nostro essere tutti figli dello stesso Padre. La fraternità si esprime in una cura attenta e sensibile alle relazioni tra le persone, nel nostro ordinario ambiente di vita, nella comunità cristiana. Accoglienza e attenzione sono alcune delle forme che dicono il riconoscimento della realtà dell’altro e il suo essere dono di Dio. Essere fratelli ci chiede di costruire relazioni cordiali e partecipi tra le persone, superando la freddezza e l’indifferenza reciproca, spesso favorita dall’anonimato della città. La mitezza è il timbro di relazioni fraterne e sensibili. In un mondo in cui sembra che per essere se stessi occorra alzare la voce, il cristiano è chiamato a testimoniare il valore della beatitudine dei miti, di quelli che dialogano e conversano con l’altro con pazienza per accoglierlo, per costruire a poco a poco terreni comuni. Sono miti perché hanno rinunciato ad affermare se stessi e a vincere ad ogni costo. Essi sanno che il Signore Gesù ha salvato il mondo non con la violenza delle parole urlate, ma con la benevolenza, con la pazienza, con la parola familiare, con il dono di sé.
Vivere da fratelli significa costruire legami positivi e solidali, saper passare dalla competizione alla dedizione all’altro; dalla contrapposizione al dialogo; dall’esclusione al confronto… Ciò che contraddistingue la nostra azione formativa sono l’ordinarietà e la continuità di questo stile: non è difficile oggi incontrare chi occasionalmente assume qualcuno di questi atteggiamenti; a noi laici è chiesto di esprimere in ogni ambiente e ogni giorno questo stile di vita. Siamo chiamati a vivere nella vita di ogni giorno quei caratteri straordinari dell’amore che Paolo elenca nell’inno alla carità (1Cor 13,1-7): la pazienza, la bontà, la gioia per il bene altrui, la mitezza, la modestia, il rispetto, la gratuità, l’autocontrollo, il perdono, la sete di verità, la ricerca della giustizia, la fiducia, la speranza, la sopportazione.
Fratelli di ogni uomo, sappiamo di essere fratelli dei poveri e dei diseredati, degli stranieri e di coloro che non contano, che patiscono fame e ingiustizia, che nelle nostre città ricche vivono con i nostri rifiuti, muoiono di solitudine, di noia e di abbandono. Il Signore ci ha detto che chi non avrà accolto il povero non potrà essere accolto presso Dio, perché nel povero vive Dio stesso. Il vangelo di salvezza e di liberazione è anzitutto per loro; a loro, alla loro dignità, alla promozione della loro umanità deve rivolgersi la nostra attenzione e il nostro impegno, nelle scelte personali e nelle modalità con le quali usiamo le risorse che il Signore ci ha donato e di come ci adoperiamo perché la società “globale” e le sue istituzioni si organizzino secondo scelte di giustizia e di rispetto della dignità di ciascuno.

La responsabilità
Le prime pagine della Bibbia riportano la domanda di Dio ad Adamo: “Dove sei?” .È la domanda che gli ricorda la realtà del suo essere creatura. Siamo fatti da Dio e non possiamo essere e diventare noi stessi recidendo questo legame. La domanda di Dio ci ricorda il dono da cui è raggiunta la nostra esistenza: siamo fatti a immagine e somiglianza di Dio; diventiamo caricatura di noi stessi se pretendiamo di realizzarci chiudendoci in noi stessi e nella nostra solitudine. E poiché il legame di Dio con noi ci fa creature libere, va vissuto nella responsabilità: siamo chiamati a rispondere del dono che egli ci ha fatto vivendo all’altezza di esso e realizzando in noi il suo progetto. Il dono di Dio è la vita che egli ci ha dato, il mondo affidato alle nostre mani, la città in cui ci dà di vivere, la comunità cristiana che sostiene il nostro cammino.

La responsabilità si esercita innanzitutto verso noi stessi. Essere responsabili della nostra vita significa coltivare il senso del valore che essa ha e impegnarci a diventare donne e uomini secondo il disegno di Dio. Ciò chiede di vivere il corpo come realtà buona e grande, non come cosa esterna a noi, ma come il primo strumento di relazione da mettere al servizio della carità, accogliendo la debolezza nostra e altrui, che proprio nel corpo si rivela in mille modi. Il corpo è anche luogo e simbolo della diversità maschile e femminile, che è ricchezza e compito, e chiama tutti a vivere la sessualità come dono straordinario di Dio, in cui sperimentiamo quanto siamo grandi e fragili. La sessualità è forza da educare; è linguaggio da imparare, capace di allargare gli spazi dell’anima se vissuto come espressione di sincero dono di sé; è dono che diventa, nel matrimonio, fonte di grazia per il mondo, segno e strumento dell’unione misteriosa degli sposi con Colui che ha voluto assumere indissolubilmente la nostra natura umana.
È dono che diventa, nella verginità, via per vivere e manifestare lo stesso mistero dell’alleanza tra Dio e l’uomo, e per unirsi al Signore nella carità.

Siamo responsabili della qualità della nostra umanità. Dal punto di vista formativo, ciò significa alimentare la consapevolezza di questo dono e al tempo stesso coltivare quelle virtù umane che ci permettono di liberare nel modo più pieno possibile il disegno di Dio nella nostra vita e nella storia. Se ne possono individuare molte, descritte in modo tradizionale (prudenza, giustizia, fortezza, temperanza) o più elaborato (sollecitudine, forza di volontà, fermezza di propositi, competenza, fedeltà, lealtà, sollecitudine, veracità, saggezza…). Alcune oggi sembrano di particolare attualità, forse perché messe maggiormente a rischio o perché in grado più di altre di parlare della grandezza del disegno di Dio sull’uomo: la lealtà, il coraggio, la temperanza. La lealtà è l’impegno a riconoscere che c’è una verità che ci supera, a cominciare da quella della oggettività delle situazioni che conosciamo. Lealtà è non piegare la realtà ai nostri interessi, è trattare l’altro con rispetto e senza imbroglio, è trasparenza. In questo senso, la lealtà richiama il coraggio: la fortezza di riconoscere la realtà così com’è e di prendere posizione per i valori in cui crediamo, anche quando questo è sconveniente, anche quando si paga a caro prezzo.
Particolarmente necessaria oggi è la virtù della temperanza, che si esprime nella misura, nella moderazione: è una qualità urgente in un mondo che ha a disposizione così tante opportunità da dare l’illusione che il limite non esista più. L’abitudine all’eccesso e all’esagerazione ci rende distratti nei confronti di chi vive nell’indigenza; ci rende incapaci di coltivare il desiderio delle cose buone e di saper attendere; ci porta spesso ad esprimerci sopra i toni, rischiando di sopraffare la vita, l’opinione, la libertà dell’altro.

Siamo responsabili della vita del creato e della storia umana, nel frammento di mondo e di tempo in cui viviamo. Il Concilio ci ha insegnato a stimare questa dimensione secolare della nostra vita, affermando che a noi laici è affidato di “rendere presente e operosa la Chiesa in quei luoghi e in quelle circostanze, in cui essa non può diventare sale della terra se non per mezzo” nostro (19), essendo noi chiamati a vivere con spirito evangelico, a modo di fermento e quasi dall’interno, i nostri impegni familiari e sociali. Secolarità è stimare il mondo; è cercare di capirlo, di indagarlo, sottomettendolo con l’intelligenza prima che con le mani; è capire la dinamica delle cose ed entrare in relazione con esse nel rispetto intelligente. È questo il senso del lavoro, dello studio e di ogni attività umana: espressione di sé e servizio agli altri, realtà necessaria al senso della propria dignità di persone e alla costruzione di un mondo più fraterno e giusto, ma nello stesso tempo solo uno strumento, non un fine, che trova dunque senso nel riposo e non può diventare il centro della vita. La competenza manifesta il nostro rispetto per il mondo: impegno ad acquisire conoscenze e abilità che permettano di fare ciò che è nostro dovere con qualità, nel rispetto delle cose stesse e della loro natura. Fare male il proprio lavoro, accontentarsi della buona volontà, pensare che la fede supplisca alla mancanza di qualità della nostra azione… costituiscono altrettanti modi per mancare di rispetto al mondo che Dio ha creato e per evadere dalla responsabilità che ci ha affidato.

Infine, Dio ci vuole responsabili della città degli uomini, cioè del contesto umano organizzato di cui siamo parte, che ci è dato come dono e come compito. Essere cittadini significa conoscere e comprendere il nostro tempo, nella sua complessità, cogliendo significati e rischi insiti nelle trasformazioni sociali, economiche e politiche in atto, assumendo l’atteggiamento di chi queste trasformazioni non si limita a rifiutarle o a celebrarle in maniera acritica, ma le affronta come frutto del proprio tempo, ponendosi in esse e lavorando per indirizzarne gli sviluppi; coniugando la capacità di pensiero critico con l’integrità etica nell’agire, ma accettando anche con serenità il rischio delle scelte storicamente situate, nella consapevolezza della parzialità del bene che l’uomo è capace di realizzare.
Significa riscoprire il valore della partecipazione, che contrasta ogni tentazione di delega, come modo normale di essere cittadini e non ospiti occasionali delle nostre città. Una partecipazione che conosce il valore dell’organizzarsi politico, vivendo e rispettando in primo luogo le istituzioni; che sa che, come ogni altra realtà umana, anche la politica ha strumenti, tempi e luoghi propri. Bisogna quindi saper riconoscere e vivere fruttuosamente, con fiducia, sia i tempi lunghi delle prospettive di promozione umana, sia lo sforzo quotidiano e incessante per la giustizia, per la pace, per la difesa dei più deboli. Si tratta di conoscere e accettare la fatica dell’essere cittadini, disponendosi al dialogo con coloro che si incontrano nelle piazze della città.

L’ecclesialità
La Chiesa è il dono più grande fatto dallo Spirito all’umanità: attraverso il “Corpo di Cristo” la comunione trinitaria entra nella storia degli uomini e il Risorto prolunga la sua presenza tra noi. .
Il laico ha la consapevolezza che la Chiesa è prima di tutto un mistero sgorgato dal cuore di Dio, davanti al quale egli si pone con uno sguardo contemplativo, fatto di stupore e di accoglienza, di umiltà e di affetto, di dedizione appassionata e fedele. Senza la luce della fede lo sguardo si appanna, l’amore si raffredda e la Chiesa viene vista come una istituzione puramente umana, un’organizzazione burocratica, o al massimo una struttura di solidarietà e beneficenza. Essa, invece, viene dalla Trinità e vive della vita stessa della Trinità: per questo noi viviamo la Chiesa come una realtà cui apparteniamo ma che allo stesso tempo ci supera. La Chiesa porta con sé l’eternità, ma è anche situata nel tempo e nella storia umana. Per questo essa non è una comunità perfetta, ma è sottoposta alle insidie del male e alla fragilità della nostra condizione naturale. Delle sue imperfezioni, quella che avvertiamo come maggiormente scandalosa è il conflitto al suo interno, frutto delle divisioni e delle incomprensioni che si generano nella vita delle comunità. Tale realtà, però, lungi dal portarci ad un perfezionismo velleitario o a prendere le distanze dalla Chiesa, è per noi un’esperienza da riconoscere e attraversare per rendere più maturi i rapporti fra le persone e la stessa coscienza ecclesiale. Imparare a gestire con sapienza e carità le tensioni che sorgono nella comunità cristiana diventa così un banco di prova della nostra fede e un’occasione di crescita e purificazione.
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Incontro di formazione Scuola Associativa di 1 livello
Scheda a cura di Antonio Izzo
Docente IRC

 

 

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